lunedì 4 marzo 2024

“Vita mia” di Dacia Maraini

 

Se non si tiene conto della dichiarazione di intenti dell’autrice in premessa a questo libro (Vita mia di Dacia Maraini, Rizzoli 2023), ci si preclude la piena comprensione del contesto esistenziale degli anni durante i quali un’intera famiglia vive in un campo di concentramento giapponese, alle prese, giorno dopo giorno, quasi uno stillicidio, con le difficoltà, le criticità, le urgenze che altri esseri umani infliggono ai Maraini, in concomitanza con calamità naturali, come, ad esempio, i terremoti.

La scrittrice, che nei precedenti libri non aveva che rapidi cenni agli anni drammatici vissuti nei campi di concentramento in Giappone, decide di affrontare di petto il racconto di vicende dolorose che ne hanno, indelebilmente, e comprensibilmente, segnato la vita.


Nella premessa, dunque, la scrittrice afferma giunto il momento della narrazione, che per lei costituirà, sperabilmente, una vera e propria liberazione da un fardello, fattosi insostenibile, di vicende dolorose, drammatiche, non di rado al limite della tragedia, se non tragiche.

Come mai, per che cosa – ci si chiederà – i Maraini si trovano alle prese con una situazione che mette in gioco, al fine di sopravvivere, tutte le risorse sia fisiche sia psichiche, oltre che socioculturali, di cui dispongono e si avvalgono.

Tutto nasce dal fatto che il Giappone entra in guerra, alleata dell’Italia fascista e della Germania nazista.

I protagonisti, prevalentemente, e ovviamente, gli adulti, anche se le piccole sorelline Dacia e Toni non si trovano dietro le quinte della narrazione, per essersi dichiarati antifascisti, vengono destinati a un campo di concentramento.

Il padre, Fosco, antropologo, si era brillantemente segnalato per avere indagato, studiato e penetrato profondamente la cultura di cui era innamorato: la cultura giapponese. Il Giappone non aveva – si può dire – segreti per lui. Certo, a differenza della moglie, il rigore scientifico delle sue ricerche lo portava ad eccessi di razionalità, che lo rendevano refrattario ai sentimenti. Ciò facendo, si inibiva, per lo meno in parte, la comprensione di situazioni che avevano bisogno di essere interpretate all’interno di una cornice fatta di sentimenti.

Il profilo che viene fuori è di un uomo dalla forte personalità, in grado di prendere, quand’era necessario, decisioni lì per lì, senza tentennamenti e perplessità, senza scoraggiarsi, o – peggio – disperarsi. Un decisionista, in altre parole.

Spiccato il sentimento della dignità umana. Allorché questa viene intenzionalmente umiliata e offesa, non esita a tagliarsi un dito della mano e a gettarlo in faccia a chi l’aveva personalmente offeso e, insieme, insultato un popolo, gli italiani, qualificati come vigliacchi e traditori.

No, era impossibile, e nemmeno immaginabile, che Fosco potesse soffrire questo oltraggio alla sua italianità.

Topazia, la moglie, una nobildonna dell’aristocrazia palermitana, dotatissima di senso pratico, faceva da contrappeso con la sua saggezza: il suo innato, ma anche coltivato, equilibrio, per la velocità di pensiero le consentiva di individuare in un attimo il nocciolo delle questioni e delle situazioni, e la maniera di venirne a capo. In più occasioni, ha modo di esprimere questo aspetto non irrilevante della sua personalità. Quando, ad esempio, durante una gita in barca, sottrae a morte certa la figlioletta Dacia.

Succede che uno degli amici, durante una battuta di pesca subacquea, non si accorge che la fiocina, invece di infilzare la preda, sta, di contrabbalzo, per trafiggere Dacia. Topazia, con uno spintone, le imprime la giusta deviazione.

Topazia, oltre a immergere. con i suoi racconti, le sue bambine in un mondo fatato, favoloso, fiabesco, dove non c’è posto per la sofferenza e il dolore, ma tutto è gioia, joie de vivre, di godersi la vita, era esperta nell’arte del cucito.

Quando le viene messa a disposizione una macchina, risolve di ingraziarsi le occhiute guardie rimettendo a posto le loro divise.

Dacia ha deciso di non mangiare più carne dopo avere assistito allo sgozzamento di una pecora, peraltro sotto lo sguardo impietrito e “lagrimoso” di un’altra pecora, cui sarebbe toccato da lì a poco lo stesso trattamento.

Lasciamo la parola alla scrittrice: «La pecora si è dibattuta spalancando la bocca da cui non usciva più alcun suono. […] Da ultimo ha tirato fuori una piccola lingua rossa come per salutare con uno sberleffo il suo assassino. […] Ho pensato a tutto il dolore che infliggiamo alle bestie e mi si è stretto il cuore».

Altro argomento che sollecita, alimenta la sua fantasia è lo spirito avventuroso. L’amore per l’avventura non si traduceva in azioni, ma trovava sfogo, mai appagato mai appagabile, nell’avidità con cui divora trenta libri di Balzac, uno dietro l’altro, sorprendendo anche se stessa.

Una lettrice insaziabile, infaticabile, ma – si badi – non onnivora, bensì selettiva, anche perché ha sempre dormito poco: «Le notti erano per me ore e ore di lettura, a volte come nel collegio fiorentino, lo facevo di nascosto, sotto le coperte a lume di una piccola torcia».

Altro episodio, significativo dell’amore per gli animali, è l’incontro con una ranocchia, colorato da un’aura poetica, divertita e gentile: «Mi sono fermata sentendo che gracidava a voce bassa e tenera. Ho aperto le dita e la ranocchia è rimasta ferma sul mio palmo a gracidare mentre io puntavo gli occhi su di lei. La sua gola palpitava, i suoi occhi strabuzzati erano pieni di paura. Ci siamo intese. Ho pensato che era nella mia stessa situazione di angoscia e dipendenza e l’ho lasciata andare posandola delicatamente sull’erba».

Domenico Franciò