lunedì 4 novembre 2019

Lettera a Carlo Borromeo (in memoria)


Nella forza dell’imperativo morale non ci sono, alla fine, dei motivi – perché a quel punto dovremmo ancora spiegare perché valgono, e così all’infinito – ma una specie di “fascinazione”, qualcosa di molto simile all’innamoramento.
Gianni Vattimo


Carissimo,
sto leggendo quanto il cardinale Dionigi Tettamanzi, che da arcivescovo ha retto l’arcidiocesi di Milano, ha scritto sul tuo conto in base alle luminose, precise, concrete, mai esaurienti omelie, da Giovanbattista Montini, divenuto nel tempo pontefice – e che avrebbe, anche lui, avuto accesso alla gloria degli altari – pronunciate, facendosene, in certo senso, (autorevole) biografo, e, verrebbe voglia di aggiungere a scanso di equivoci, non agiografo, se per agiografia si intende una biografia mitizzata, al limite del leggendario, dove tutto quanto si dice sia a dimensione unica, monologica e del tutto conforme a quel cliché che vuole la santità magnificata a tutto tondo, e con tratto manicheo: col bel risultato che il lettore avvertito, addestrato a pensare con la propria testa e poco, anzi per nulla propenso a portare il suo cervello all’ammasso, non giungerebbe alla fine dello scritto senza aver naufragato nel montante mare magnum della noia.
Montini, nelle sue omelie, ha messo in luce due aspetti, non opposti ma integrantisi a vicenda, ognuno dei quali esige giusto approfondimento per portare alla luce quanto di innovativo, di inedito, di originale, e dunque di personale, si lega alle modalità con cui hai vissuto la vita, e, in particolare, comunicato a fatti e non con parole, e cioè col linguaggio trasparente e convincente dell’exemplum, quale fosse il tuo atteggiamento nei confronti della propagazione del verbo di Cristo.
Non era da te la misura mediocre, quella della virtù che si barcamena tra i contrari, appostandosi infine nella via di mezzo. Non eri, in una parola, per l’oraziana aurea mediocritas. Eri uomo di eccessi, di prepotente e indomabile vitalismo, che ti faceva avanzare lungo la strada scelta senza dubbi, tentennamenti, perplessità.
Il tuo non era il comportamento bonario, indulgente, tollerante con cui un san Filippo Neri addolciva i tratti duri, spigolosi, difficoltosi della sequela Christi, anche se anche lui non rifuggiva certo dall’ascesi penitenziale. Tutti ricordiamo il suo invito a far buon viso a qualche costatella con correlativo auspicio “e che buon pro vi faccia”.
Eri severo, austero, intransigente con la tua gente, ma, innanzitutto, con te stesso.
Dalla tua concezione cristiana della vita bandivi ogni forma che minimamente sapesse di edonismo, di abbandono ai piaceri, di qualunque genere fossero, a qualunque raggiungimento aspirassero. Non eri propriamente quel che si definirebbe lassista o permissivista.
La simpatia non faceva parte dei tuoi tratti salienti.
Non era nelle tue corde promuovere una santità da conseguire individualmente, ma una santità che coinvolgesse il maggior numero di persone: quasi si direbbe una santità di massa, se la qualificazione non suonasse alle nostre orecchie con l’allure inconfondibile dello sprezzo e della condanna. Ideale altissimo il tuo, per la cui realizzazione hai speso il più e il meglio delle tue energie fino a morirne. Ad una età che oggi sarebbe considerata scandalosamente prematura.
Certo, qualsiasi vicenda umana, per capirla a fondo, va contestualizzata, va, cioè, inserita in un contesto sociale, comunitario, in grado, sia pure parzialmente, di renderla comprensibile, decifrabile.
La domanda chiave, cruciale, alla quale non intendiamo, non vogliamo, né possiamo sottrarci di rispondere, è la seguente: è attuale la tua esperienza? Ha ancora qualcosa da dire, da insegnare al cristiano odierno, agli uomini tout court? Oppure, au contraire, essa rimane confinata a una determinata temperie storica, e quindi irripetibile, intrasferibile, e, in definitiva, per noi lettera morta?
Al netto delle circostanze storiche , ineludibili e intrascurabili, noi riteniamo, fermamente riteniamo che il tuo messaggio – non si tema di usare la parola, fini troppo usata in passato e perciò depauperata, dispoliata della sua intima vis semantica – abbia tuttora una sua validità. Vale a dire una verde, perenne primavera.
Ci piace terminare con un giudizio di Montini, che ci pare condensi, cogliendone la peculiare essenza, il profilo di un santo così singolare, costituente un unicum nella storia bimillenaria, aperta da poco al terzo millennio, della Chiesa: «Nella esortazione del suo primo Sinodo provinciale, san Carlo ammonisce se stesso e i vescovi convenuti, ricordando che patres, non domini sumus (siamo padri non padroni). Perciò a noi Egli rimane come l’esempio ideale del riformatore, che ha l’arte di concepire la norma dell’agire altrui, la forza di persuasione e di comando per imporre tale norma alla volontà degli altri, la costanza per renderla ferma e generale, la severità per incutere salutare riverenza e timore, il coraggio per sostenere le opposizioni e l’impopolarità della sua audace intolleranza verso gli abusi ed i disordini, la bontà di dirigere come si conviene a pastore ed a padre, la pietà che sa compatire e perdonare, e la santità infine che fa del governo un servizio al prossimo in virtù dell’amore di Dio».
Domenico Franciò

martedì 29 ottobre 2019

Lettera ad Alessandro Haber



C’era la luna in mezzo al cielo, proprio sopra il campo, una luna tonda, tonda, ma ancora pallida in quell’azzurro violento. (Simona Vinci)

Carissimo Alessandro,
ieri sera ho assistito alla perfomance di un grande, grandissimo attore, uno che sa trovare, con sovrana sicurezza, la via giusta per toccarti il cuore, per coinvolgerti nella sua sofferenza nevrotica, nel suo disagio, per non dire strazio esistenziale.
Il tuo cognome e i lineamenti del tuo volto fanno subito pensare a una origine ebraica.
La mia è solo un’ipotesi, un’impressione, ma – come è risaputo – certe impressioni sono come le intuizioni: hanno la prerogativa di cogliere a volo la verità delle cose, o, comunque, di avvicinarle quanto più possibile. A differenza del ragionamento, che può arrivare, se ci arriva, allo stesso risultato solo dopo parecchio.
La tua bravura è stata messa in risalto dall’indugio della telecamera sul volto, senza che “staccasse”: così si è potuto assistere al nascere, al germinare di una emozione che si è espressa via via attraverso le lacrime che ti rigavano il volto.
La tua nevrosi ossessiva, al limite dello psicotico, che tanto ti tormentava e rendeva insonni le tue notti, era il pensiero che tua madre, unendosi con tuo padre, si era comportata né più né meno come tutte le donne quando fanno all’amore col loro uomo.
Questa immagine che ti si riproponeva puntualmente, sistematicamente, non si limitava a un turbamento, a un disagio, ma transitava a un vero e proprio sconvolgimento.
Non sopportavi, non riuscivi a reggere l’idea che tua madre fosse come tutte le altre donne di questo immondo mondo.
Viavia però il tormento si è fatto meno angoscioso, poco per volta si è fatto strada il pensiero, quasi un’illuminazione, che, dopotutto, che male c’era se, nell’ambito di una unione, per altro sancita, ufficializzata, benedetta, da una cerimonia religiosa, tua madre fosse legittimata ad amplessi che nulla avevano di peccaminoso; e che, del resto, la fantasia erotica, esprimendosi con variazioni sul tema, era il necessario ingrediente o pigmento per dare maggiore piacere. Non solo.
Altra consolante ‘scoperta’ era che il tutto non era disgiunto da una componente affettiva, sentimentale: lontanissimo, insomma, da un meccanico, brutale, animalesco congiungimento carnale. E poi, altro consolante pensiero, rampollante dal precedente, è che, in fatto d’amore, laddove non c’è violenza o coartazione di sorta, e ci sia solo ricerca del mutuo piacere, non ci sono divieti che tengano.
Allo spettacolo hanno partecipato altri bravi attori, del calibro di un Rubini o di un Papaleo. Francamente, nessuno mi è parso dotato del tuo carisma, al tuo livello artistico.
Del tuo gran cuore.
Domenico Franciò

lunedì 23 settembre 2019

Lettera ad Angelo Scola


Ovunque il guardo io giro parmi pur sempre riveder l’amato (Faustina Maratti)

        Caro Angelo,
Gigi Marzullo è un tipo imprevedibile, capace di riservarci sempre sorprese: uno, insomma, che una ne pensa, cento ne fa.
A chiusura del suo programma, incentrato su Massimo Ranieri e, a seguire, su Domenico Modugno, ti ha intervistato.
da famigliacristiana.it
Avverto il bisogno di scusarmi, prima di continuare, se ti do del tu. La mia età che, più o meno si avvicina alla tua, e il fatto che ho stabilito questa regola per tutti, spero non sia visto come una mancanza di riguardo.
Del resto, la tua modesta origine (padre camionista, madre casalinga) non è diversa dalla mia (padre marmista, che col lavoro, con la religione del lavoro, ha lavorato fino a settantatré anni, costruendo per i figli un avvenire migliore).
Ciò chiarito, mi affretterò a comprare, al più presto, il tuo libro Scommessa sulla libertà; che, a giudicare dal calore con cui ne hai parlato, promette interesse, coinvolgimento, oltre che un approfondimento delle ragioni del nostro credere.
Sui trent’anni ti sei fatto prete, e questa certo è un’anomalia, un’eccezione rispetto al cursus che solitamente percorre chi abbraccia l’idea e il desiderio di farsi prete.
Arrivare, poi, nel tempo a governare una diocesi immensa come quella di Milano, che, con circa cinque milioni, è la più grande del mondo, è una faticaccia da non dire, un “mestieraccio”, come amava ripetere l’etereo e ascetico cardinale Schuster.
Più volte nelle tue parole è ricorsa la parola “realismo”, e realismo nel tuo personalissimo vocabolario significava, e significa, fare i conti con la realtà quotidiana, con la volontà di affrontare e provare a risolvere, hic et nunc, qui e ora, i problemi via via che si presentano.
Alla domanda se avevi avuto dubbi sulla fede, hai dato una risposta che, in primis, pareva volerla eludere, e cioè che l’uomo è, deve essere in costante ricerca, in modo che il tuo cristianesimo sia una continua riconquista, abbia un sempre maggiore approfondimento.
Alla domanda se preghi prima di dormire, hai risposto di sì, ma che, aspettando il sonno che spesso tarda a venire, la lettura di un buon libro, per esempio di un sant’Agostino, ti aiuta certamente.
Sei stato particolarmente legato da rapporti di collaborazione e affetto con papa Montini. E hai confermato che nel conclave, che poi ha visto la proclamazione di papa Wojtyla, eri accreditato di una stima che hai rischiato di diventare effettivamente papa.
Come si svolge attualmente la tua vita di pensionato? – È la vita di ogni prete, ossia di chi continua a celebrar messa e a interessarsi ai problemi delle persone.
Al termine, hai auspicato un avvenire, per te e per tutti, improntato ad una visione per così dire laica prima ancora che cristiana. L’uomo, se ho interpretato bene il tuo pensiero, non può non abbracciare un umanesimo antropocentrico, che metta al centro l’uomo, l’uomo con le sue reali esigenze, che non possono essere rinviate ad infinitum: la visione, insomma, di una Chiesa come una grande famiglia. Una visione che possa farci sentire a posto con la nostra coscienza.
Domenico Franciò

domenica 28 aprile 2019

Lettera a Greta Thunberg


Carissima Greta,
Da www.focus.it

la trasmissione Piazzapulita, condotta da Corrado Formigli, ci ha riproposto la tua faccia pienotta, paffutella, spirante simpatia, gli occhi limpidi, illuminati dalla luce di chi guarda lontano, di chi, appena sedicenne, si è fatta carico di un problema tanto urgente quanto di non facile soluzione, in quanto viene a confliggere con determinati interessi, intesi solo al proprio tornaconto e del tutto incuranti e disinteressati al benessere collettivo.
Il problema della crisi climatica non è una novità, e non è questione da poco. L’aumento della concentrazione di anidride carbonica causata dalle attività antropiche e l’aumento della temperatura che ne deriva sta portando e porterà più e più agli sconvolgimenti climatici di cui vediamo già le avvisaglie. E non è il caso dunque di insistere.
Su domanda di Formigli che impressione ti avesse fatto Roma, ti sei aperta ad un largo, luminoso sorriso. Sei rimasta favorevolmente impressionata dai modi schietti, cordiali, calorosi della gente, così distanti e diversi dai comportamenti svedesi.
Hai avuto l’onore di essere ricevuta da papa Francesco, che ha avuto per te parole di ammirazione e, insieme, di incoraggiamento.
Il problema da te affrontato è da far tremare le vene e i polsi, e da disanimare chiunque non abbia la ferrea determinazione di cui stai dando prova.
Mostri tuttavia tale e tanta intelligenza da non farti soverchie illusioni su politici – più propriamente definibili come politicanti, politici da strapazzo – che fingono interesse a una cosa che, in realtà, non li tocca nemmeno di striscio.
Qualcuno parlerà (sparlerà) di utopia, di sogni ad occhi aperti, di cose che non stanno né in cielo né in terra. Questo qualcuno, che poi saranno qualcuni, non si lascia neppure sfiorare dal pensiero che proprio di utopie c’è gran bisogno a questi chiari di luna, in questi grami tempi nei quali il guicciardiniano particulare la fa da padrone di coscienze rattrappite, anchilosate, interamente votate all’inerzia e alla passività.
Costoro non si rendono conto che hai dato vita a un movimento d’opinione e d’azione che coinvolge migliaia di giovani, più pensosi e serii degli adulti in fatto dei destini della οἰκουμένη, vale a dire del pianeta che ci è toccato in sorte e che, a sfigurarlo e sfregiarlo, si spendono fior di energie e di quattrini.
Ragazze determinate come te non possono che suscitare simpatia. Quella simpatia che si coglieva nello sguardo di Formigli, e ipotizzabile nei milioni di telespettatori che hanno avuto la fortuna di conoscerti meglio.
Domenico Franciò

domenica 17 marzo 2019

Lettera a Audrey Hepburn


Carissima Audrey,
Ugo Foscolo per la composizione delle Grazie si sarebbe ispirato a te se, scavalcando i secoli come i ginnasti sul cavalletto, avesse visto Vacanze romane, dove avevi come partner il dinoccolato Gregory Peck, o Sabrina con Humphrey Bogart, film dove l’eros si arricchisce di nuances e si insinua seducente e attraente molto più che quei volgarissimi film, al limite del porno o perfino hard, che non lasciano nulla all’immaginazione e solo un sicuro senso di disgusto; anche se – occorre ammetterlo per non essere ipocriti – non si rimane adiáphoroi, indifferenti a certe sollecitazioni, a certi stimoli sensuali.
In Vacanze romane hai dato forse il meglio di te stessa, del tuo talento, delle tue capacità interpretative: è un film che, lo trasmettessero mille volte, mille volte lo si rivedrebbe con piacere, affascinati dalla tua imperdibile grazia, dalla tua luminosa bellezza. Bellezza e grazia che si concentrano in quei dolcissimi e incantati occhi di cerbiatto, appena appena sfuggito alla bramosia di quelli che gli danno la caccia.
Quello scorazzare in incognito per Roma in libera uscita, su una vespa, come una ragazza qualsiasi da principessa ed erede al trono che eri, ha un finale in cui la camminata dinoccolata, quasi ciondolante di un superbo Gregory Peck si porta con sé una candida scia, un senso di struggente malinconia.
Domenico Franciò

lunedì 6 agosto 2018

Lettera a Giacomo Leopardi


Carissimo Giacomo,
da Wikipedia

mi accingo a scrivere del più grande lirico che l’Italia abbia mai avuto, l’unico in grado di reggere il confronto con gli stranieri.

L’attacco, come vedi, dice, in sintesi, l’ammirazione che chi scrive ha per te.

Ai tempi in cui da studente frequentavo l’università, qualcuno, anzi qualcuna per essere esatti, andava dicendo che tra te e Baudelaire non c’era partita.

La cosa non mi trovava per nulla d’accordo allora, non mi trova affatto d’accordo ora.

Ci si intenda. Non sto negando né intendo aprire una querelle sulla grandezza del francese, né tantomeno mi sognerei di mettere in dubbio la cifra poetica di Les fleurs du mal o di aprire un contenzioso sulla superiorità dell’uno sull’altro. Sarebbe semplicemente pazzesco, cosa di chi si fosse bevuto letteralmente il cervello. Pur con i miei limiti, non penso di essere da tanto.

Della condizione del poeta nella società del tempo, e forse di tutti i tempi, il francese ha fornito un ritratto criticamente puntuto nella poesia L’albatro, dove è messo in evidenza il suo sentirsi a disagio, il non essere preso in (seria) considerazione.

Ora, non credo che tu, caro Giacomino, soffrissi questo disagio, giacché di riconoscimenti (di studioso, di poeta, di filosofo, di filologo) ne hai forse avuti fin troppi; a partire dal Giordani che fu, in certo senso, il tuo mentore (oggi si direbbe il tuo sponsor).

È stato – e giustamente – notato che il tuo lessico poetico è estremamente povero. Tanto per rendere l’idea, per rendercene conto e farci del tutto consapevoli, un confronto col lessico dannunziano, ammesso e non concesso, diremmo col buon Totò, che il valore di una poesia e di un poeta abbia a giudicarsi in termini quantitativi, e non qualitativi, ti vedrebbe miseramente e miserevolmente soccombente sconfitto umiliato e offeso.

Ma – è acquisto (κτῆμα) ἐς ἀεί, ab immemorabili – che la poesia non si pesa né si soppesa, come un cartoccio di salame o di popcorn da sgranocchiare durante la proiezione d’un film.

Altro, ben altro è il metro su cui si misura, e va misurato il valore di una poesia, di un poeta.

Era un tuo chiodo fisso che certe parole avessero, abbiano in sé, di per sé, un intrinseco valore poetico, un’aura densa di suggestioni, capaci di attivare cortocircuiti di emozioni, sentimenti, ri-sentimenti, di stimolo a una prosecuzione, una integrazione personale (un esempio per tutti: lontanare). Ciò rientra chiaramente nell’ambito della tua poetica del vago, così peculiare del tuo ποιεῖν.

Sottoponevi le tue cose a un duro, incessante labor limae. Lavoro consistente non solo nel setacciare, sfrondare, ripulire il testo dalla sterpaglia del superfluo e del ridondante ma, altresì, nell’aggiustare, nel mettere a posto, nell’arricchirlo di nuove forme espressive e di nuovi contenuti sostanziali.

Gli Idilli (una evidentissima derivazione dal greco εἰδύλλια, a sua volta diminutivo di εἴδη, cose viste, immagini), sia grandi sia piccoli, hanno rappresentato una bellissima stagione della tua ispirazione, della tua creatività. Di qui i capolavori: Il sabato del villaggio, La quiete dopo la tempesta, Il passero solitario, La sera del dì di festa, eccetera.

Non era finita. Il tuo genio doveva regalarci un ultimo guizzo, forse il più luminoso e il più ricco di valori umani e sociali, il più ricco di prospettive future, il fiore più bello, perché fiore nato nel deserto. La ginestra è la poesia cui hai affidato l’ultimo, appassionato tuo messaggio alla intera umanità. Gli uomini, in tanto male dilagante e tendente ad accamparsi come unico potere in grado di sgranare il filo lungo della matassa storica, l’unico obbligo morale che hanno è di formare unità, di coalizzarsi opponendo un antemurale che rintuzzi la protervia del male e del maligno in tutta la sua capillare fenomenicità. Questa è l’arma vincente, la risorsa che hanno, abbiamo a disposizione per contrastare la natura rivelatasi col suo vero volto, col suo incommensurabile carico di sofferenza e di dolore. Non più da parte del poeta il gesto isolato, velleitariamente epico e vanamente simbolico del «combatterò, procomberò sol io», ma il raggiungimento di una persuasione, anzi della convinzione profonda che opporsi al male e promuovere il bene sia l’unica cosa da farsi, il solo dovere (officium) da adempiere. E senza perder tempo.

Con lo Zibaldone, diario ponderoso, ci hai ammesso, e immesso, all’interno della tua officina (opificium), senza timore alcuno, anzi col piacere di invitare dei cari, degli amici, a farsi edotti di quali processi intermedi avesse bisogno la tua macchina per efficacemente funzionare.

Caro Giacomo, sia il tuo messaggio ultimo, fraterno solidale amorevole, a permeare e intridere il gramo oggi, in modo da scuotere le coscienze dalla vile inerzia, a vincere certa neghittosità pigrizia renitenza o riluttanza, a toglierci finalmente di dosso il lascito di un secolare servaggio che il devastante scorrere del tempo ci ha donato in grazïosa eredità.

Domenico Franciò