domenica 2 aprile 2017

Una confessione coraggiosa




«L’uomo è condannato o a consumare la gioventù senza proposito, la quale è il solo tempo di far frutto per l’età che viene, e di provvedere al proprio stato o a spenderla in procacciare godimenti a quella parte della sua vita, nella quale egli sarà più atto a godere»
(Giacomo Leopardi, Zibaldone)
 
Antonio Palmese [da http://tv.fanpage.it]
A “Ballando con le stelle”, la trasmissione televisiva condotta da Milly Carlucci, è successo qualcosa di straordinario che ha emozionato e commosso gli spettatori presenti in studio, la giuria e, senza dubbio alcuno, gli spettatori pantofolati a casa.
Un giovane aitante ha confessato un episodio agghiacciante che ha segnato in lungo e per largo la sua vita, imprimendovi una svolta decisiva. Un gruppo di bulli l’ha messo in centro e gli ha sputato ripetutamente in faccia. Il giovane rimane sconvolto, pietrificato da quel gesto di estremo disprezzo oltre che estremamente volgare. Ma, siccome dal male si può trarre il bene, quel fatto increscioso e ributtante, così disumano, così contrario al rispetto dovuto ad ogni essere umano, che, forse, per un altro più fragile e meno attrezzato spiritualmente avrebbe avuto il costo di una frustrazione eterna, lui l’ha capovolto e ne ha tratto la forza necessaria a costruire la sua personalità, come dire la sua identità d’uomo che si colloca all’interno di una comunità civile.
I voti altissimi sono stati la prova lampante che la coraggiosa confessione aveva turbato emozionato commosso l’intera giuria sicché sulla motivazione tecnica della performance ha prevalso e fatto aggio una ratio, una ragione squisitamente umana. Ecco allora come una trasmissione, improntata e programmata per il facile divertimento, si riscatta, e manda un ‘messaggio’ che va al di là della mera valutazione specifica. Il giovane, faccia pulita, occhi limpidi e sensibili, ha conquistato tutti. Può essere questo l’inizio di una inversione di tendenza. Male non è certo abbinare al divertimento e alla gioia degli occhi per tanta esibita bellezza questa lezione di pulizia morale, una speranza di condivisi sentimenti e di valori ancor vivi e autentici.
Domenico Franciò

martedì 28 marzo 2017

Un grande studioso alle prese col massimo studioso della storia umana

Socrate
Il modo con cui Nicola Abbagnano tratta la figura di Socrate non è asettico, oggettivo, una maniera per distanziare se stessi e l’oggetto della trattazione. Oserei dire che lo storico dà tutto se stesso a delineare il giusto profilo dell’ateniese, quasi per timore che interpretazioni inintelligenti, fasulle, false e svianti rimpiccioliscano l’importanza dell’influsso che il filosofo ha avuto, lungo i secoli, nella storia occidentale. Quello che siamo e quel che vogliamo essere parte da lì. Là è la scaturigine della nostra Kultur, di quel che abbiamo voluto essere e diventare. Nulla dell’aridità intellettuale che gli è stata imputata da un Nietzsche. Per lo studioso pugliese Socrate è, sic et simpliciter, la filosofia, nella sua ragione d’essere e motivazione essenziale: amore per il sapere, come denuncia chiaramente l’etimo (φιλοσοφία è un amare la σοφία, la sapienza, è una tensione non esaurita né esauribile verso di essa, che dura quanto dura la vita umana). Socrate era uomo di forti passioni, di grande coraggio intellettuale e morale. Non guardava al cielo, i fenomeni naturali che altri attiravano, lo lasciavano del tutto ἀδιάφορος, indifferente. Egli è l’inventore del dialogo, e della dialogicità, come l’attività insostituibile su cui si fonda una civile convivenza. Socrate ha insegnato, senza parere e senza impancarsi a dotto e sapiente come facevano i Sofisti, a non smettere mai la ricerca del sapere, che è tutt’uno con la virtù. Più sai, più conosci, più t’accorgi di non conoscere, più tocchi con mano la tua ignoranza. Questa consapevolezza induce un habitus di umiltà, ti costringe a non sopravvalutarti, e a riconoscere, in particolare, i tuoi limiti. Il celeberrimo monito delfico (γνῶθι σαυτόν, gnosce te ipsum) è un invito a scansare la boria, a non riempirsi d’arie. Questa è sempre mala consigliera e, nella storia dell’uomo, è stata sempre apportatrice di sventure. I presuntuosi, quelli che presumono di sapere senza sapere, sono la peggiore genia dell’umanità, un cancro inestirpato e, forse, inestirpabile, e incurabile, nel quale, una volta incappati, non si vede come se ne possa uscire. Possono essere assomigliabili alla rana di fedriana memoria che, presa d’invidia per la magnificenza del bue, si dà dissennatamente a gozzovigliare aria fino al botto finale rimanendo stinnicchiata a pancia squarciata.
Ecco come uno studioso, quando ha fegato, cuore e mente, tratta il suo argomento. Se ne innamora e te ne innamora. Facessero propria gli insegnanti d’oggi questa lezione. Non ne trarrebbe profitto la scuola e, tramite essa, l’intera società?
Domenico Franciò

sabato 7 gennaio 2017

In morte di Tullio De Mauro

«Il Dio che atterra e suscita, / che affanna e che consola»
Alessandro Manzoni, Il cinque maggio


La morte improvvisa di Tullio De Mauro (Torre Annunziata, 1932) mi ha colto alla sprovvista procurandomi un misto di dolore e di tristezza. A lui devo molto. Devo il riconoscimento del valore letterario dell’opera mia prima, quella “Religione del bar” che ebbe tanti consensi in alto, in medio, in basso loco, e che mi fece non soltanto conoscere ma attirò sulla mia persona oltre che ammirazione, affetto e schiette amicizie coi nomi più illustri della cultura italiana. La morte l’ha colto nel pieno della sua attività di divulgazione e di ricerca. Egli è stato, insieme al suo amico e discepolo Raffaele Simone, l’ideatore e il costruttore di una scuola democratica. Grande ammiratore di don Lorenzo Milani, di cui si considerava discepolo, egli ne fu il pioniere e il realizzatore: una scuola che, partendo dal basso, mettesse i cittadini, così come vuole la Costituzione, allo stesso livello di partenza in modo da poter raggiungere, assecondando ciascuno il proprio talento e le proprie qualità, i gradi più alti e più ambiti. De Mauro è stato anche ministro della Pubblica Istruzione, come furono, a loro tempo, Croce e Gentile. Forse, da questa carica istituzionale, s’aspettava qualcosa di più di quel che gli fu dato ottenere; forse, ebbe più amarezze, delusioni e dolori che non soddisfazioni. Ma era un uomo coraggioso, operoso, fattivo, cui le difficoltà moltiplicano le forze anziché smorzarle, avvilirle e costringerlo alla resa incondizionata. Al tempo della pubblicazione della mia Religione, m’incoraggiò a collaborare con l’inserto dell’Unità diretto da Bobo Staino. Io, che allora ero di scrittura, a dir poco, pachidermica, non me la sentii, e feci passare l’autobus senza afferrarlo a volo e neppure senza tentare. Ma, tutto sommato, e a cose avvenute, fatto un sintetico e velocissimo bilancio, non posso che essere contento. Soddisfatto soprattutto di una cosa: che non ho mai scritto, in tutta la mia vita, un solo rigo, fosse pure un bigliettino di auguri, che non sia scaturito da un’esigenza profondamente sentita.
A Silvana Ferreri, sua allieva e moglie, al figlio Giovanni il mio dolente rammarico, il mio cordoglio.
Domenico Franciò

P.S. Mi piace riascoltare mentalmente la sua voce con la tipica cadenza esplicativa di chi vuole gettar luce su tutto e per cui il dettaglio è il primum da non trascurare.
Non era certo mia intenzione dar fondo alla attività febbrile, instancabile, generosissima di Tullio De Mauro. Altri, di me più competenti, avrà questo compito, gradito quanto gravoso. Da far tremare le vene e i polsi.

venerdì 27 maggio 2016

Grande uomo, grande campione



[fotografia tratta da http://www.gazzetta.it]

Abbiamo assistito per televisione alla formidabile prova che Vincenzo Nibali, il grande campione messinese che si divide tra Sicilia e Toscana, ha dato dopo tanti incidenti che l’avevano portato al punto di abbandonare la corsa. Ma, come ben sappiamo, l’uomo, l’uomo vero, forte, autentico si vede nelle difficoltà. Queste difficoltà, oggi, 27 maggio 2016, Nibali, con una gara giudiziosa di altissimo livello tecnico in cui ha dato tutto se stesso fino allo stremo delle forze, s’è non solo aggiudicata la tappa ma ha ridotto a soli 44 secondi il distacco dalla maglia rosa. E domani con un’altra impresa delle sue – tocchiamo ferro – potrebbe vincere tappa e giro d’Italia.
Le telecamere lo hanno inquadrato alla fine della corsa, con il petto scosso da singhiozzi irrefrenabili quanto salvifici, e i suoi amici che cercavano di confortarlo. Il ciclismo è lo sport più massacrante che ci sia. Sì, puoi contare sull’apporto e sull’aiuto dei compagni, ma, al momento di attaccare per rosicchiare minuti su minuti agli avversari, sei solo, spaventosamente solo, con la tua voglia matta di vincere e perfino, se possibile, stravincere.
Il suo pianto tradiva però un immenso dolore: a Sant’Agata, sul litorale messinese, era accaduta una terribile disgrazia che aveva stroncato la vita di Rosario, un bambino falciato da un camion della spazzatura mentre correva in bicicletta. Certo, non lo si è fatto apposta – ci mancherebbe – e con ogni probabilità l’autista sarà il primo a piangere la malasorte (δυστυχία) di quel bambino; che – a detta dei competenti – aveva la stoffa del campioncino.
E dunque la nostra idea è questa: che il buon Vincenzino domani, pensando al giovanissimo amico scomparso in modo così drammatico, voglia ripetere la bellissima performance di oggi, per dedicargli vittoria di tappa e giro. Dai Vincenzino, sei tutti noi! Noi tutti siamo con te per godere insieme una vittoria che è non solo sportiva, ma è la vittoria del bene sul male.
Domenico e Marcello Franciò

P.S.
Noi solo questo possiamo fare di fronte all’incredibile tragedia che ha gettato nel più profondo dei dolori genitori e i parenti del bambino, unirci nella preghiera, affinché Iddio li salvi dalla disperazione inconsolabile, e confidare, soprattutto, nella imperscrutabilità della Divina Provvidenza. E non dimentichiamo quei bellissimi versi manzoniani esprimenti la solidarietà e la condivisione del Signore su Napoleone moribondo: «il Dio che atterra e suscita, / che affanna e che consola, / sulla deserta coltrice / accanto a lui posò».