mercoledì 19 agosto 2020

Lettera a Silvana Mangano (in memoria)

 Carissima Silvana,

credo che nell’immaginario collettivo sia rimasta una delle icone del cinema italiano, tu che della tipica bellezza mediterranea, e, in particolare, italiana sei una delle più rappresentative.

da iodonna.it

La tua carriera, agli inizi, non differisce granché da quella di tant’altre giovani donne, che, consapevoli della propria bellezza, si prefiggono una elevazione del livello socioeconomico. Di qui la partecipazione ai concorsi di bellezza su scale cittadina, regionale, nazionale (“Miss Italia”) è d’obbligo.

Il regista De Santis, in cerca della protagonista del film che aveva in animo di girare, aveva già fatto decine di ‘provini’ senza trovare quel che faceva al caso suo.

Il film sarebbe stato ideologicamente di sinistra, intendeva cioè denunciare all’opinione pubblica la condizione delle mondine della Val Padana, che, sottoposte a un lavoro massacrante, erano sottopagate: uno sfruttamento vero e proprio, perpetrato su giovani, determinatissime a portare a casa un tozzo di pane.

Pare, se non ricordo male, che un provino l’avesse fatto pure a te. T’eri presentata con i capelli gonfi, cotonati: venisti immediatamente scartata. Senonché – quando si dice il caso o il destino, vallo a sapere – lo stesso regista ebbe una sera ad incontrarti per strada, una serata da diluvio universale: i capelli, del tutto lisciati, misero nel dovuto risalto il bellissimo, luminoso tuo volto.

Non c’era più motivo di cercare: scelta fatta, la protagonista di Riso amaro era stata trovata.

Si era negli anni a ridosso della seconda guerra mondiale. L’Italia tutta, dall’Alpi al Lilibeo, percorsa da fermenti, fremiti, slanci di vitalità, dopo avere attraversato tutte le sofferenze, i patimenti, le ristrettezze che la guerra, ogni guerra, comporta, aveva una voglia matta di rialzarsi, risorgere, riprendere una vita normale, tornare alle vecchie abitudini, e, insieme, imprimere un avviamento nuovo, anzi una svolta alla propria storia.

La tua immagine di florida ventenne (avresti fatto parte del gruppo ristretto delle cosiddette ‘maggiorate fisiche’ insieme alla Lollo, alla Loren, alla Pampanini e a quant’altre) che balla nell’aia, con un fil di fieno tra i denti, uno sfrenato boogie-woogie, ancheggiando sinuosamente e seduttivamente, occhio malizioso promettente chissà che delizie, col bieco bandito Gassman, dal volto appena difeso da un cappellaccio, è di quelle scene destinate a diventare oggetto di culto da parte degli appassionati.

Il film ebbe uno straordinario successo e, come si dice in gergo, sbancò ai botteghini. Anche se lo stesso regista, rivelando un notevole spirito autocritico, parlò di un «fumettone».

Di lì in poi la tua carriera cinematografica ebbe il vento in poppa, e passasti di successo in successo.

Negli anni la tua bellezza prorompente si era affinata, il tuo viso s’era fatto quasi etereo, d’una luminosità tutta sua.

Chi non ricorda “arriva il negro zumbon che balla allegro il bajon”, dove prestavi i moti ritmici del tuo splendido corpo alla voce cristallina di Flo Sandon’s.

Hai conosciuto i più importanti registi e sei diventata una star internazionale. Tutto questo, tuttavia, non reggeva con l’attitudine a vivere una vita familiare serena, con tuo marito, l’importante produttore napoletano De Laurentiis, e coi tuoi tre figli, due femmine e un maschio.

Ma il destino era in agguato, pare non aspettasse che il momento buono per riscuotere a prezzo maggiorato la gioia, la felicità che t’era stata data. Gli antichi greci avrebbero trovato al riguardo una riprova dello φθόνος τῶν θεῶν, l’invidia degli dei: quasi che essi non ce la facciano proprio a sopportare che un mortale sia di loro più felice.

Accadde l’ineluttabile. Nell’aereo che andò a schiantarsi al suolo c’era tra i passeggeri il tuo amatissimo figlio ventenne.

La “elaborazione del lutto”, di cui si parla e, a volte, si straparla, in casi come questo, non fu lunga. Fu eterna. E minò la tua salute alla radice, in modo irreversibile.

Per te, che avevi già accusato degli scompensi cardiaci (un cuore capriccioso, piuttosto ballerino), fu il colpo di grazia, quello definitivo che si dà in una esecuzione capitale, per sincerarsi che la morte sia effettivamente sopraggiunta.

Bellissima (bellissimo anche il nome, evocante il verde della silva), bellissima e sventurata, tu, Silvana mia, hai un posto privilegiato nel mio cuore. Che t’ama, t’ama, t’ama. D’un amore disperato, dolente, folle.

Domenico Franciò

mercoledì 15 luglio 2020

Fratello in Cristo


Stando alla mia esperienza, ma suppongo che faccia parte del vissuto di tantissime persone, almeno di quelle che hanno, per formazione culturale e vicende esistenziali, un non trascurabile diciamo tasso di sensibilità e di consapevolezza, ci sono dei momenti in cui due persone vivono un attimo di straordinaria intensità emotiva, quasi un flash, che però il bulino incide sulla tavoletta di cera e consegna allo scrigno, preziosissimo, dei tuoi ricordi, dai quali puoi, tutte le volte che ti vien voglia, estrarli e riviverli.
Ci sono amicizie che non hanno una durata, uno svolgimento che superi l’éspace d’un matin: eppure, esse non hanno, per quel che mi è dato di pensare e sentire, nulla da invidiare alle amicizie che si alimentano di lunghe frequentazioni, o che, anche in absentia, son lì: salde, sicure, una fonte di bene a cui sai di poter attingere in qualsiasi momento. L’amicizia, insomma, la vera, autentica amicizia, si sottrae alla legge inesorabile del tempo, non basa la sua forza sui soliti parametri, e non prevede, né tantomeno esige, misurazioni col bilancino.
Mi accorgo che, come prodigo, la sto facendo troppo lunga e mi affretto a correre ai ripari, voglioso di concretezza e di consistenza.
Da giovane professore, per una decina e forse per più anni, facevo parte, nel torrido e canicolare luglio, come esaminatore di latino e greco, di commissioni preposte agli esami di maturità.
La sede da me preferita era Catania, con i suoi gloriosi licei “Cutelli” e “Spedalieri”. Ad essi spesso si univano licei privati, gestiti da religiosi.
Premetto che ero allergico alle raccomandazioni, che spesso però, per salvare la faccia del raccomandante, si presentavano sotto le mentite spoglie della ‘segnalazione’, quasi fosse una questione nominalistica e non fosse, come era in effetti, qualcosa che non si accordava o collimava con la giustizia scolastica.
Un prete, dunque, mi raccomanda un ragazzo: lo fa, de visu, con una serietà, una gravità che colpiscono: il giovane esaminando viveva un momento difficile, e aveva bisogno, come si dice, di una mano d’aiuto: altrimenti si sarebbe spenta la luce e sarebbe stato per lui buio, buio pesto. Il tono sofferto, la evidente sincerità mi tolsero ogni residuo di perplessità.
Feci di tutto per mettere a suo agio il giovane, che, rinfrancato, superò la prova con una sua dignitosità.
Al momento di congedarci, entrambi perfettamente consapevoli che non ci saremmo mai più rivisti, nell’abbracciarmi mi disse: – Franciò, fratello in Cristo.
Domenico Franciò

venerdì 10 aprile 2020

Recensione a Eugenio Scalfari, “L’ora del blu”


Nella poliedrica personalità di Eugenio Scalfari non mi par dubbio che la parte razionale, raziocinante, insomma intellettualistica, prevalga, e non di poco, su quella emotivo-sentimentale. Ma ecco la sorpresa, lo spiazzamento, il tiro birbone che il buon Scalfari ti gioca: egli è un poeta, uno che sa maneggiare gli strumenti dell’arte, ossia quelli ritmici, rimici che lo apparentano agli altri, ma che accampa anche il diritto ad una ἀναγνώρισις, riconoscibilità, a una sua precisa identità. Egli, in altri termini, non ha potuto non rispondere a una chiamata, a una ‘vocazione’, a una necessità intima, che gli imponeva di entrare nell’agone poetico. Non – sia chiaro – in competizione con altri, ma per una urgenza, una cogenza, una scommessa fatta ante omnia con se stesso, cui non poteva in nessun modo sottrarsi o rinunciare, pena la mutilazione di una parte viva di sé.
La poesia, ogni autentica poesia ha il suo background, il suo retroterra o, se più piace, la sua humus, in una visione della vita, in quella che i tedeschi chiamano Weltanschauung; visione, appunto, che non può non tener conto di quanto la vita nostra sia fatta di aleatorietà, di precarietà; come essa sia intrisa usque ad medullas del sentimento dell’effimero, del caduco cui vanno inesorabilmente incontro le umane cose: le nostre azioni, le nostre emozioni, e commozioni, i nostri affetti, in una parola tutti i sentimenti nostri.
Quanto detto credo sia indiscutibile, e contrassegna tutta la storia, pressoché millenaria, della poesia.
Guardare con occhi asciutti la realtà quale essa è, è proprio dei coraggiosi, di coloro che non cedono alla seduzione delle facili illusioni e che, ciò nonostante, non si rassegnano a non inseguire, perseguire un loro sogno, un solacium (conforto), perfino uno spicchio di felicità.
La cosa che d’acchito, accostandosi a questi versi, salta agli occhi è la congruenza, la convergenza e l’accordo tra forma e contenuto.
Il contenuto – per avvalerci di un trito scolasticume, ma che qui per comodità viene a taglio, e confidiamo non senza una qualche efficacia – non è mai banale, quanto dire scontato.
Dalla realtà il poeta trae infatti aspetti inediti, insospettati, quelli che sfuggono ai più, rimanendo inosservati.
È questo, se non m’inganno, l’aspetto cognitivo, gnoseologico del ποιεῖν, che, con gli accorgimenti, le trovate, gli adescamenti e incantamenti suoi propri, ci porta ad arricchire il nostro mondo interiore, ciò che, in fin dei conti, veramente vale. È così che l’ordinario, l’essere proclivi alla abitudinarietà routinaria, riceve un contraccolpo perfettamente proporzionato alla potenza che il poeta è in grado di esprimere.
La nota di accorato struggimento che, come un basso continuo, connota questa poesia, rende certi dell’amore totale, meglio totalitario, portato alla vita; anche se, tirate le somme, abbozzata la partita doppia del dare e dell’avere, il dolore e la sofferenza prevalgono, e, in misura considerevole, sui fugaci momenti di gioia.
Lo stupor, la stupefazione per il mistero che avvolge da ogni lato è un altro aspetto che immette Scalfari in una più che secolare tradizione.
Poteva essere altrimenti? Un poeta, un poeta che si rispetti, non può non essere colto, non può non essersi nutrito dei succhi più vitali della cultura poetica: egli, con più o meno di consapevolezza, trasceglie di codesta tradizione quel che più fa al caso suo, che risponde ad una sua intima esigenza, e la intride, colora, permea della sua personalità.
Dal punto di vista tecnico-formale (senari, settenari, quinari, e soprattutto endecasillabi) siamo nel vivo della tradizione, in quel che di durevole comporta.
Sub specie contenutistica si è di fronte a una vera e propria visione del mondo. Che è di Scalfari e di nessun altro.
Essendo un non credente, egli ha una concezione sostanzialmente nichilistica; a proteggerlo però dagli effetti perniciosi, per non dire disastrosi, di tale non-credenza che quella non può non implicare, è proprio la sua poesia. Giacché ogni poesia, dalla grande alla minima, ha questo di peculiare: che è sempre, in ogni caso, altrice, motrice e matrice di vita, di vitalità, perfino di felicità, sia pure venata di una lieve, dolce, soffusa malinconia.
I ricordi più belli riportano all’infanzia, a quei natali che lo vedevano insieme alla madre «Deporre il bambino / nella mangiatoia / e l’asino e il bue / lo riscaldavano col fiato / e i pastori intorno / e la cometa che tracciava nel cielo / l’avvento del miracolo».
Due note finali.
Come mai la silloge ha per titolo L’ora del blu.
A nostro sommesso avviso, la ragione prima, la più ovvia, è un centone di citazioni insistenti su tale colore: svariano da Ungaretti, Montale, Quasimodo a Saffo, all’anonimo del Pervigilum Veneris, a Garçia Lorca.
È che, muovendosi tra cielo e mare, il blu non poteva non essere il colore dominante; che d’altra parte non si tratta di un colore aggressivo, squillante, prepotente come il rosso: esprime una pacatezza, oseremmo dire una dolcezza, che sono una conquista – e, come tutte le conquiste, faticosa, sofferta ancorché piacevole e appagante – della maturità di Eugenio Scalfari.
In definitiva, una poesia che riassume, come meglio non si potrebbe, che cosa è l’uomo, in che consiste la sua humanitas; e si risolve in una esaltazione della creatività, l’unico mezzo di cui disponiamo in grado di vibrare il colpo decisivo all’infelicità nostra.
La poesia Amapola rievoca uno di quei ricordi custoditi nel geloso scrigno della memoria. Quella canzone degli anni Quaranta, portata al successo da Rabagliati, in cui ricorre la frase “lindissima Amapola”, io la interpretavo alla stregua dell’imperativo categorico kantiano, vale a dire: ama Pola.
E non posso sottacere, a questo punto, l’allusione a un’altra canzone, assai in voga in quegli anni, Blue Moon, “Luna malinconica”: con quei versi finali così struggenti che condensano, come meglio non si potrebbe, il senso della nostra vita: «Tu sei un sogno infinito / che con noi se ne andrà, / dolce argento di luna».
Domenico Franciò

lunedì 4 novembre 2019

Lettera a Carlo Borromeo (in memoria)


Nella forza dell’imperativo morale non ci sono, alla fine, dei motivi – perché a quel punto dovremmo ancora spiegare perché valgono, e così all’infinito – ma una specie di “fascinazione”, qualcosa di molto simile all’innamoramento.
Gianni Vattimo


Carissimo,
sto leggendo quanto il cardinale Dionigi Tettamanzi, che da arcivescovo ha retto l’arcidiocesi di Milano, ha scritto sul tuo conto in base alle luminose, precise, concrete, mai esaurienti omelie, da Giovanbattista Montini, divenuto nel tempo pontefice – e che avrebbe, anche lui, avuto accesso alla gloria degli altari – pronunciate, facendosene, in certo senso, (autorevole) biografo, e, verrebbe voglia di aggiungere a scanso di equivoci, non agiografo, se per agiografia si intende una biografia mitizzata, al limite del leggendario, dove tutto quanto si dice sia a dimensione unica, monologica e del tutto conforme a quel cliché che vuole la santità magnificata a tutto tondo, e con tratto manicheo: col bel risultato che il lettore avvertito, addestrato a pensare con la propria testa e poco, anzi per nulla propenso a portare il suo cervello all’ammasso, non giungerebbe alla fine dello scritto senza aver naufragato nel montante mare magnum della noia.
Montini, nelle sue omelie, ha messo in luce due aspetti, non opposti ma integrantisi a vicenda, ognuno dei quali esige giusto approfondimento per portare alla luce quanto di innovativo, di inedito, di originale, e dunque di personale, si lega alle modalità con cui hai vissuto la vita, e, in particolare, comunicato a fatti e non con parole, e cioè col linguaggio trasparente e convincente dell’exemplum, quale fosse il tuo atteggiamento nei confronti della propagazione del verbo di Cristo.
Non era da te la misura mediocre, quella della virtù che si barcamena tra i contrari, appostandosi infine nella via di mezzo. Non eri, in una parola, per l’oraziana aurea mediocritas. Eri uomo di eccessi, di prepotente e indomabile vitalismo, che ti faceva avanzare lungo la strada scelta senza dubbi, tentennamenti, perplessità.
Il tuo non era il comportamento bonario, indulgente, tollerante con cui un san Filippo Neri addolciva i tratti duri, spigolosi, difficoltosi della sequela Christi, anche se anche lui non rifuggiva certo dall’ascesi penitenziale. Tutti ricordiamo il suo invito a far buon viso a qualche costatella con correlativo auspicio “e che buon pro vi faccia”.
Eri severo, austero, intransigente con la tua gente, ma, innanzitutto, con te stesso.
Dalla tua concezione cristiana della vita bandivi ogni forma che minimamente sapesse di edonismo, di abbandono ai piaceri, di qualunque genere fossero, a qualunque raggiungimento aspirassero. Non eri propriamente quel che si definirebbe lassista o permissivista.
La simpatia non faceva parte dei tuoi tratti salienti.
Non era nelle tue corde promuovere una santità da conseguire individualmente, ma una santità che coinvolgesse il maggior numero di persone: quasi si direbbe una santità di massa, se la qualificazione non suonasse alle nostre orecchie con l’allure inconfondibile dello sprezzo e della condanna. Ideale altissimo il tuo, per la cui realizzazione hai speso il più e il meglio delle tue energie fino a morirne. Ad una età che oggi sarebbe considerata scandalosamente prematura.
Certo, qualsiasi vicenda umana, per capirla a fondo, va contestualizzata, va, cioè, inserita in un contesto sociale, comunitario, in grado, sia pure parzialmente, di renderla comprensibile, decifrabile.
La domanda chiave, cruciale, alla quale non intendiamo, non vogliamo, né possiamo sottrarci di rispondere, è la seguente: è attuale la tua esperienza? Ha ancora qualcosa da dire, da insegnare al cristiano odierno, agli uomini tout court? Oppure, au contraire, essa rimane confinata a una determinata temperie storica, e quindi irripetibile, intrasferibile, e, in definitiva, per noi lettera morta?
Al netto delle circostanze storiche , ineludibili e intrascurabili, noi riteniamo, fermamente riteniamo che il tuo messaggio – non si tema di usare la parola, fini troppo usata in passato e perciò depauperata, dispoliata della sua intima vis semantica – abbia tuttora una sua validità. Vale a dire una verde, perenne primavera.
Ci piace terminare con un giudizio di Montini, che ci pare condensi, cogliendone la peculiare essenza, il profilo di un santo così singolare, costituente un unicum nella storia bimillenaria, aperta da poco al terzo millennio, della Chiesa: «Nella esortazione del suo primo Sinodo provinciale, san Carlo ammonisce se stesso e i vescovi convenuti, ricordando che patres, non domini sumus (siamo padri non padroni). Perciò a noi Egli rimane come l’esempio ideale del riformatore, che ha l’arte di concepire la norma dell’agire altrui, la forza di persuasione e di comando per imporre tale norma alla volontà degli altri, la costanza per renderla ferma e generale, la severità per incutere salutare riverenza e timore, il coraggio per sostenere le opposizioni e l’impopolarità della sua audace intolleranza verso gli abusi ed i disordini, la bontà di dirigere come si conviene a pastore ed a padre, la pietà che sa compatire e perdonare, e la santità infine che fa del governo un servizio al prossimo in virtù dell’amore di Dio».
Domenico Franciò

martedì 29 ottobre 2019

Lettera ad Alessandro Haber



C’era la luna in mezzo al cielo, proprio sopra il campo, una luna tonda, tonda, ma ancora pallida in quell’azzurro violento. (Simona Vinci)

Carissimo Alessandro,
ieri sera ho assistito alla perfomance di un grande, grandissimo attore, uno che sa trovare, con sovrana sicurezza, la via giusta per toccarti il cuore, per coinvolgerti nella sua sofferenza nevrotica, nel suo disagio, per non dire strazio esistenziale.
Il tuo cognome e i lineamenti del tuo volto fanno subito pensare a una origine ebraica.
La mia è solo un’ipotesi, un’impressione, ma – come è risaputo – certe impressioni sono come le intuizioni: hanno la prerogativa di cogliere a volo la verità delle cose, o, comunque, di avvicinarle quanto più possibile. A differenza del ragionamento, che può arrivare, se ci arriva, allo stesso risultato solo dopo parecchio.
La tua bravura è stata messa in risalto dall’indugio della telecamera sul volto, senza che “staccasse”: così si è potuto assistere al nascere, al germinare di una emozione che si è espressa via via attraverso le lacrime che ti rigavano il volto.
La tua nevrosi ossessiva, al limite dello psicotico, che tanto ti tormentava e rendeva insonni le tue notti, era il pensiero che tua madre, unendosi con tuo padre, si era comportata né più né meno come tutte le donne quando fanno all’amore col loro uomo.
Questa immagine che ti si riproponeva puntualmente, sistematicamente, non si limitava a un turbamento, a un disagio, ma transitava a un vero e proprio sconvolgimento.
Non sopportavi, non riuscivi a reggere l’idea che tua madre fosse come tutte le altre donne di questo immondo mondo.
Viavia però il tormento si è fatto meno angoscioso, poco per volta si è fatto strada il pensiero, quasi un’illuminazione, che, dopotutto, che male c’era se, nell’ambito di una unione, per altro sancita, ufficializzata, benedetta, da una cerimonia religiosa, tua madre fosse legittimata ad amplessi che nulla avevano di peccaminoso; e che, del resto, la fantasia erotica, esprimendosi con variazioni sul tema, era il necessario ingrediente o pigmento per dare maggiore piacere. Non solo.
Altra consolante ‘scoperta’ era che il tutto non era disgiunto da una componente affettiva, sentimentale: lontanissimo, insomma, da un meccanico, brutale, animalesco congiungimento carnale. E poi, altro consolante pensiero, rampollante dal precedente, è che, in fatto d’amore, laddove non c’è violenza o coartazione di sorta, e ci sia solo ricerca del mutuo piacere, non ci sono divieti che tengano.
Allo spettacolo hanno partecipato altri bravi attori, del calibro di un Rubini o di un Papaleo. Francamente, nessuno mi è parso dotato del tuo carisma, al tuo livello artistico.
Del tuo gran cuore.
Domenico Franciò

lunedì 23 settembre 2019

Lettera ad Angelo Scola


Ovunque il guardo io giro parmi pur sempre riveder l’amato (Faustina Maratti)

        Caro Angelo,
Gigi Marzullo è un tipo imprevedibile, capace di riservarci sempre sorprese: uno, insomma, che una ne pensa, cento ne fa.
A chiusura del suo programma, incentrato su Massimo Ranieri e, a seguire, su Domenico Modugno, ti ha intervistato.
da famigliacristiana.it
Avverto il bisogno di scusarmi, prima di continuare, se ti do del tu. La mia età che, più o meno si avvicina alla tua, e il fatto che ho stabilito questa regola per tutti, spero non sia visto come una mancanza di riguardo.
Del resto, la tua modesta origine (padre camionista, madre casalinga) non è diversa dalla mia (padre marmista, che col lavoro, con la religione del lavoro, ha lavorato fino a settantatré anni, costruendo per i figli un avvenire migliore).
Ciò chiarito, mi affretterò a comprare, al più presto, il tuo libro Scommessa sulla libertà; che, a giudicare dal calore con cui ne hai parlato, promette interesse, coinvolgimento, oltre che un approfondimento delle ragioni del nostro credere.
Sui trent’anni ti sei fatto prete, e questa certo è un’anomalia, un’eccezione rispetto al cursus che solitamente percorre chi abbraccia l’idea e il desiderio di farsi prete.
Arrivare, poi, nel tempo a governare una diocesi immensa come quella di Milano, che, con circa cinque milioni, è la più grande del mondo, è una faticaccia da non dire, un “mestieraccio”, come amava ripetere l’etereo e ascetico cardinale Schuster.
Più volte nelle tue parole è ricorsa la parola “realismo”, e realismo nel tuo personalissimo vocabolario significava, e significa, fare i conti con la realtà quotidiana, con la volontà di affrontare e provare a risolvere, hic et nunc, qui e ora, i problemi via via che si presentano.
Alla domanda se avevi avuto dubbi sulla fede, hai dato una risposta che, in primis, pareva volerla eludere, e cioè che l’uomo è, deve essere in costante ricerca, in modo che il tuo cristianesimo sia una continua riconquista, abbia un sempre maggiore approfondimento.
Alla domanda se preghi prima di dormire, hai risposto di sì, ma che, aspettando il sonno che spesso tarda a venire, la lettura di un buon libro, per esempio di un sant’Agostino, ti aiuta certamente.
Sei stato particolarmente legato da rapporti di collaborazione e affetto con papa Montini. E hai confermato che nel conclave, che poi ha visto la proclamazione di papa Wojtyla, eri accreditato di una stima che hai rischiato di diventare effettivamente papa.
Come si svolge attualmente la tua vita di pensionato? – È la vita di ogni prete, ossia di chi continua a celebrar messa e a interessarsi ai problemi delle persone.
Al termine, hai auspicato un avvenire, per te e per tutti, improntato ad una visione per così dire laica prima ancora che cristiana. L’uomo, se ho interpretato bene il tuo pensiero, non può non abbracciare un umanesimo antropocentrico, che metta al centro l’uomo, l’uomo con le sue reali esigenze, che non possono essere rinviate ad infinitum: la visione, insomma, di una Chiesa come una grande famiglia. Una visione che possa farci sentire a posto con la nostra coscienza.
Domenico Franciò

domenica 28 aprile 2019

Lettera a Greta Thunberg


Carissima Greta,
Da www.focus.it

la trasmissione Piazzapulita, condotta da Corrado Formigli, ci ha riproposto la tua faccia pienotta, paffutella, spirante simpatia, gli occhi limpidi, illuminati dalla luce di chi guarda lontano, di chi, appena sedicenne, si è fatta carico di un problema tanto urgente quanto di non facile soluzione, in quanto viene a confliggere con determinati interessi, intesi solo al proprio tornaconto e del tutto incuranti e disinteressati al benessere collettivo.
Il problema della crisi climatica non è una novità, e non è questione da poco. L’aumento della concentrazione di anidride carbonica causata dalle attività antropiche e l’aumento della temperatura che ne deriva sta portando e porterà più e più agli sconvolgimenti climatici di cui vediamo già le avvisaglie. E non è il caso dunque di insistere.
Su domanda di Formigli che impressione ti avesse fatto Roma, ti sei aperta ad un largo, luminoso sorriso. Sei rimasta favorevolmente impressionata dai modi schietti, cordiali, calorosi della gente, così distanti e diversi dai comportamenti svedesi.
Hai avuto l’onore di essere ricevuta da papa Francesco, che ha avuto per te parole di ammirazione e, insieme, di incoraggiamento.
Il problema da te affrontato è da far tremare le vene e i polsi, e da disanimare chiunque non abbia la ferrea determinazione di cui stai dando prova.
Mostri tuttavia tale e tanta intelligenza da non farti soverchie illusioni su politici – più propriamente definibili come politicanti, politici da strapazzo – che fingono interesse a una cosa che, in realtà, non li tocca nemmeno di striscio.
Qualcuno parlerà (sparlerà) di utopia, di sogni ad occhi aperti, di cose che non stanno né in cielo né in terra. Questo qualcuno, che poi saranno qualcuni, non si lascia neppure sfiorare dal pensiero che proprio di utopie c’è gran bisogno a questi chiari di luna, in questi grami tempi nei quali il guicciardiniano particulare la fa da padrone di coscienze rattrappite, anchilosate, interamente votate all’inerzia e alla passività.
Costoro non si rendono conto che hai dato vita a un movimento d’opinione e d’azione che coinvolge migliaia di giovani, più pensosi e serii degli adulti in fatto dei destini della οἰκουμένη, vale a dire del pianeta che ci è toccato in sorte e che, a sfigurarlo e sfregiarlo, si spendono fior di energie e di quattrini.
Ragazze determinate come te non possono che suscitare simpatia. Quella simpatia che si coglieva nello sguardo di Formigli, e ipotizzabile nei milioni di telespettatori che hanno avuto la fortuna di conoscerti meglio.
Domenico Franciò