
La poesia, ogni autentica poesia ha il suo
background, il suo retroterra o, se più piace, la sua humus, in una visione
della vita, in quella che i tedeschi chiamano Weltanschauung; visione, appunto,
che non può non tener conto di quanto la vita nostra sia fatta di aleatorietà,
di precarietà; come essa sia intrisa usque
ad medullas del sentimento dell’effimero, del caduco cui vanno
inesorabilmente incontro le umane cose: le nostre azioni, le nostre emozioni, e
commozioni, i nostri affetti, in una parola tutti i sentimenti nostri.
Quanto detto credo sia indiscutibile, e
contrassegna tutta la storia, pressoché millenaria, della poesia.
Guardare con occhi asciutti la realtà
quale essa è, è proprio dei coraggiosi, di coloro che non cedono alla seduzione
delle facili illusioni e che, ciò nonostante, non si rassegnano a non
inseguire, perseguire un loro sogno, un solacium
(conforto), perfino uno spicchio di felicità.
La cosa che d’acchito, accostandosi a
questi versi, salta agli occhi è la congruenza, la convergenza e l’accordo tra
forma e contenuto.
Il contenuto – per avvalerci di un trito
scolasticume, ma che qui per comodità viene a taglio, e confidiamo non senza
una qualche efficacia – non è mai banale, quanto dire scontato.
Dalla realtà il poeta trae infatti aspetti
inediti, insospettati, quelli che sfuggono ai più, rimanendo inosservati.
È questo, se non m’inganno, l’aspetto
cognitivo, gnoseologico del ποιεῖν, che, con gli accorgimenti, le trovate, gli
adescamenti e incantamenti suoi propri, ci porta ad arricchire il nostro mondo
interiore, ciò che, in fin dei conti, veramente vale. È così che l’ordinario,
l’essere proclivi alla abitudinarietà routinaria, riceve un contraccolpo perfettamente
proporzionato alla potenza che il poeta è in grado di esprimere.
La nota di accorato struggimento che, come
un basso continuo, connota questa poesia, rende certi dell’amore totale, meglio
totalitario, portato alla vita; anche se, tirate le somme, abbozzata la partita
doppia del dare e dell’avere, il dolore e la sofferenza prevalgono, e, in
misura considerevole, sui fugaci momenti di gioia.
Lo stupor,
la stupefazione per il mistero che avvolge da ogni lato è un altro aspetto che
immette Scalfari in una più che secolare tradizione.
Poteva essere altrimenti? Un poeta, un
poeta che si rispetti, non può non essere colto, non può non essersi nutrito
dei succhi più vitali della cultura poetica: egli, con più o meno di consapevolezza,
trasceglie di codesta tradizione quel che più fa al caso suo, che risponde ad
una sua intima esigenza, e la intride, colora, permea della sua personalità.
Dal punto di vista tecnico-formale
(senari, settenari, quinari, e soprattutto endecasillabi) siamo nel vivo della
tradizione, in quel che di durevole comporta.
Sub specie contenutistica si è di fronte a
una vera e propria visione del mondo. Che è di Scalfari e di nessun altro.
Essendo un non credente, egli ha una
concezione sostanzialmente nichilistica; a proteggerlo però dagli effetti
perniciosi, per non dire disastrosi, di tale non-credenza che quella non può
non implicare, è proprio la sua poesia. Giacché ogni poesia, dalla grande alla
minima, ha questo di peculiare: che è sempre, in ogni caso, altrice, motrice e
matrice di vita, di vitalità, perfino di felicità, sia pure venata di una lieve,
dolce, soffusa malinconia.
I ricordi più belli riportano
all’infanzia, a quei natali che lo vedevano insieme alla madre «Deporre il
bambino / nella mangiatoia / e l’asino e il bue / lo riscaldavano col fiato / e
i pastori intorno / e la cometa che tracciava nel cielo / l’avvento del
miracolo».
Due note finali.
Come mai la silloge ha per titolo L’ora del blu.
A nostro sommesso avviso, la ragione
prima, la più ovvia, è un centone di citazioni insistenti su tale colore: svariano
da Ungaretti, Montale, Quasimodo a Saffo, all’anonimo del Pervigilum Veneris, a Garçia Lorca.
È che, muovendosi tra cielo e mare, il blu
non poteva non essere il colore dominante; che d’altra parte non si tratta di
un colore aggressivo, squillante, prepotente come il rosso: esprime una
pacatezza, oseremmo dire una dolcezza, che sono una conquista – e, come tutte
le conquiste, faticosa, sofferta ancorché piacevole e appagante – della
maturità di Eugenio Scalfari.
In definitiva, una poesia che riassume,
come meglio non si potrebbe, che cosa è l’uomo, in che consiste la sua humanitas; e si risolve in una
esaltazione della creatività, l’unico mezzo di cui disponiamo in grado di vibrare
il colpo decisivo all’infelicità nostra.
La poesia Amapola rievoca uno di quei ricordi custoditi nel geloso scrigno
della memoria. Quella canzone degli anni Quaranta, portata al successo da
Rabagliati, in cui ricorre la frase “lindissima Amapola”, io la interpretavo
alla stregua dell’imperativo categorico kantiano, vale a dire: ama Pola.
E non posso sottacere, a questo punto,
l’allusione a un’altra canzone, assai in voga in quegli anni, Blue Moon, “Luna malinconica”: con quei
versi finali così struggenti che condensano, come meglio non si potrebbe, il
senso della nostra vita: «Tu sei un sogno infinito / che con noi se ne andrà, /
dolce argento di luna».
Domenico
Franciò