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giovedì 24 aprile 2025

Aiuta a vivere

 

“Ed è il pensiero / della morte che, in fine, aiuta a vivere”. Umberto Saba, Sera di febbraio.

Il triestino Umberto Saba, una delle voci poetiche più sicure del panorama del Novecento, presenta ascendenze leopardiane. Ovvero, c’è in lui una mescolanza, o meglio una fusione tra pensiero e lirismo, sicché essi appaiono inscindibili: tanto l’uno si nutre, si alimenta dell’altro.

In tutte le sue sillogi non c’è poesia che, insieme al brillio, allo scatto – per dirla in termini crociani – dell’intuizione poetica, non comporti un modo di porsi di fronte alle cose, alle vicende, o alle vicissitudini più o meno dolorose.

Non si tratta di ottimismo o del suo contrario, si tratta di una interpretazione, una valutazione che il tedesco, incisivamente, esprime con Weltanschauung.

Il pensiero che tutto finisca, che gli affetti più cari sprofondino nel “nulla eterno” è una sorta di lugubre basso continuo sotteso al vivere nostro.

Certo, la fede, l’autentica religiosità, il pensiero che sarà lo stesso Dio ad asciugare ogni lacrima e a sconfiggere definitivamente la morte, e che dolore e sofferenza saranno uno sfocato, un pallido ricordo di qualcosa che non esiste più, aiuta, per l’appunto, a vivere.

Domenico Franciò

venerdì 10 aprile 2020

Recensione a Eugenio Scalfari, “L’ora del blu”


Nella poliedrica personalità di Eugenio Scalfari non mi par dubbio che la parte razionale, raziocinante, insomma intellettualistica, prevalga, e non di poco, su quella emotivo-sentimentale. Ma ecco la sorpresa, lo spiazzamento, il tiro birbone che il buon Scalfari ti gioca: egli è un poeta, uno che sa maneggiare gli strumenti dell’arte, ossia quelli ritmici, rimici che lo apparentano agli altri, ma che accampa anche il diritto ad una ἀναγνώρισις, riconoscibilità, a una sua precisa identità. Egli, in altri termini, non ha potuto non rispondere a una chiamata, a una ‘vocazione’, a una necessità intima, che gli imponeva di entrare nell’agone poetico. Non – sia chiaro – in competizione con altri, ma per una urgenza, una cogenza, una scommessa fatta ante omnia con se stesso, cui non poteva in nessun modo sottrarsi o rinunciare, pena la mutilazione di una parte viva di sé.
La poesia, ogni autentica poesia ha il suo background, il suo retroterra o, se più piace, la sua humus, in una visione della vita, in quella che i tedeschi chiamano Weltanschauung; visione, appunto, che non può non tener conto di quanto la vita nostra sia fatta di aleatorietà, di precarietà; come essa sia intrisa usque ad medullas del sentimento dell’effimero, del caduco cui vanno inesorabilmente incontro le umane cose: le nostre azioni, le nostre emozioni, e commozioni, i nostri affetti, in una parola tutti i sentimenti nostri.
Quanto detto credo sia indiscutibile, e contrassegna tutta la storia, pressoché millenaria, della poesia.
Guardare con occhi asciutti la realtà quale essa è, è proprio dei coraggiosi, di coloro che non cedono alla seduzione delle facili illusioni e che, ciò nonostante, non si rassegnano a non inseguire, perseguire un loro sogno, un solacium (conforto), perfino uno spicchio di felicità.
La cosa che d’acchito, accostandosi a questi versi, salta agli occhi è la congruenza, la convergenza e l’accordo tra forma e contenuto.
Il contenuto – per avvalerci di un trito scolasticume, ma che qui per comodità viene a taglio, e confidiamo non senza una qualche efficacia – non è mai banale, quanto dire scontato.
Dalla realtà il poeta trae infatti aspetti inediti, insospettati, quelli che sfuggono ai più, rimanendo inosservati.
È questo, se non m’inganno, l’aspetto cognitivo, gnoseologico del ποιεῖν, che, con gli accorgimenti, le trovate, gli adescamenti e incantamenti suoi propri, ci porta ad arricchire il nostro mondo interiore, ciò che, in fin dei conti, veramente vale. È così che l’ordinario, l’essere proclivi alla abitudinarietà routinaria, riceve un contraccolpo perfettamente proporzionato alla potenza che il poeta è in grado di esprimere.
La nota di accorato struggimento che, come un basso continuo, connota questa poesia, rende certi dell’amore totale, meglio totalitario, portato alla vita; anche se, tirate le somme, abbozzata la partita doppia del dare e dell’avere, il dolore e la sofferenza prevalgono, e, in misura considerevole, sui fugaci momenti di gioia.
Lo stupor, la stupefazione per il mistero che avvolge da ogni lato è un altro aspetto che immette Scalfari in una più che secolare tradizione.
Poteva essere altrimenti? Un poeta, un poeta che si rispetti, non può non essere colto, non può non essersi nutrito dei succhi più vitali della cultura poetica: egli, con più o meno di consapevolezza, trasceglie di codesta tradizione quel che più fa al caso suo, che risponde ad una sua intima esigenza, e la intride, colora, permea della sua personalità.
Dal punto di vista tecnico-formale (senari, settenari, quinari, e soprattutto endecasillabi) siamo nel vivo della tradizione, in quel che di durevole comporta.
Sub specie contenutistica si è di fronte a una vera e propria visione del mondo. Che è di Scalfari e di nessun altro.
Essendo un non credente, egli ha una concezione sostanzialmente nichilistica; a proteggerlo però dagli effetti perniciosi, per non dire disastrosi, di tale non-credenza che quella non può non implicare, è proprio la sua poesia. Giacché ogni poesia, dalla grande alla minima, ha questo di peculiare: che è sempre, in ogni caso, altrice, motrice e matrice di vita, di vitalità, perfino di felicità, sia pure venata di una lieve, dolce, soffusa malinconia.
I ricordi più belli riportano all’infanzia, a quei natali che lo vedevano insieme alla madre «Deporre il bambino / nella mangiatoia / e l’asino e il bue / lo riscaldavano col fiato / e i pastori intorno / e la cometa che tracciava nel cielo / l’avvento del miracolo».
Due note finali.
Come mai la silloge ha per titolo L’ora del blu.
A nostro sommesso avviso, la ragione prima, la più ovvia, è un centone di citazioni insistenti su tale colore: svariano da Ungaretti, Montale, Quasimodo a Saffo, all’anonimo del Pervigilum Veneris, a Garçia Lorca.
È che, muovendosi tra cielo e mare, il blu non poteva non essere il colore dominante; che d’altra parte non si tratta di un colore aggressivo, squillante, prepotente come il rosso: esprime una pacatezza, oseremmo dire una dolcezza, che sono una conquista – e, come tutte le conquiste, faticosa, sofferta ancorché piacevole e appagante – della maturità di Eugenio Scalfari.
In definitiva, una poesia che riassume, come meglio non si potrebbe, che cosa è l’uomo, in che consiste la sua humanitas; e si risolve in una esaltazione della creatività, l’unico mezzo di cui disponiamo in grado di vibrare il colpo decisivo all’infelicità nostra.
La poesia Amapola rievoca uno di quei ricordi custoditi nel geloso scrigno della memoria. Quella canzone degli anni Quaranta, portata al successo da Rabagliati, in cui ricorre la frase “lindissima Amapola”, io la interpretavo alla stregua dell’imperativo categorico kantiano, vale a dire: ama Pola.
E non posso sottacere, a questo punto, l’allusione a un’altra canzone, assai in voga in quegli anni, Blue Moon, “Luna malinconica”: con quei versi finali così struggenti che condensano, come meglio non si potrebbe, il senso della nostra vita: «Tu sei un sogno infinito / che con noi se ne andrà, / dolce argento di luna».
Domenico Franciò

mercoledì 7 maggio 2014

Recensione a “La direzione. Suite per Irene” di Vincenzo Leotta, Giambra Editori 2014



Si può affermare con un certo margine di sicurezza, e senza timore di incorrere nell’ira degli dei, che la nota dominante di questa silloge di Vincenzo Leotta sia un flusso d’amore bidirezionale. (Non certo casuale il titolo “La direzione”). Flusso d’amore ininterrotto dalla bimba Irene ai cari, dai cari ad Irene; vale a dire dal centro, che indubitabilmente è Irene, alla periferia, che sono i suoi familiari, in un virtuoso vortice incessante. Il vortice entro cui vagano, rapite da tempesta che mai non cessa, le anime sbigottite e vaganti di Paolo e Francesca.
Quanto al sottotitolo “Suite per Irene” non è che i dizionari siano prodighi al riguardo. Dicono che si tratta di un termine musicale, ed esattamente: «Composizione strumentale di origine barocca per danza in più tempi, ove si alternano pezzi in rapido movimento a pezzi a movimento lento».
Tocca perciò al critico, o comunque allo studioso, cercare di tirar fuori, snidare l’intenzionalità semantica affidata al termine. Operazione che va fatta sempre, crediamo, ἀπάλαις χερσίν, con mani delicate, ossia col tatto e la levità di tocco che la materia e la circostanza richiedono.
A me pare, stando anche all’etimologia che si lega chiaramente a ‘seguire’, che il poeta abbia pensato alla sua silloge come a qualcosa di compatto, ad una serie di tessere incastranti l’una nell’altra per un disegno nitido e coerente.
L’esame, analiticamente e concretamente condotto sulle diciotto poesie, si presta ad avvalorare questa impressione. Da ciascuna di esse – ma senza un ordine prestabilito né tantomeno sistemico, o sistematico, che, francamente, confessiamolo, non è nelle nostre corde, e ci toglierebbe respiro e libertà di movimento, preleviamo elementi puntuali, che confortino la tesi intravista.
Prendiamo 18. Esso compendia (ab uno disce omnes) la singolarità poetica della raccolta: i versi iniziali della felicissima battuta autoironica («Venuta l’ora, il più tardi però») s’innestano, con felicità e leggerezza, sulla espressione di candido affetto per la «dolce nipotina», facendo da supporto, in questo, la fede non certo ordinaria del nonno-poeta.
È ufficio e compito del nitore formale contenere dentro giusti argini una straripante tenerezza che altrimenti non si vede come poter fermare. Esaminiamo la prima poesia.
Chi non sa che Marzo è ‘pazzariello’, il mese buono per tutte le sorprese? Prove di partenza: pronta la valigia, timbrato il biglietto di sola andata, la mente e l’animo disposti all’altrove (nox una dormienda), quell’altrove misterioso che – si sa – non ammette ritorno né, aggiungiamo, moviola o replay (unde nullus numquam redit). Non aveva fatto però i conti il Nostro con l’improvvisa epifania della paciosa bimba Irene, che svoglia ad iniziare quel viaggio. Che altro fare allora quando accanto c’è una creaturina indifesa e inerme, se non sostenerla, anche se si è «debole», «infermo» di suo? La ‘rivoluzione’ diventa tutta una preziosa occasione per un osservare amoroso. La figlia felice, che dà il latte alla nipotina felice, è situata in un quadretto idillico, tenero e beato, che scioglie il sangue facendo rifluire la vita e disponendo a nuovi sogni, a «nuove follie» (2). La bimba sa astrarsi dal circostante per uno spazio tutto suo «le mille miglia distante», e dunque inattingibile, più che refrattaria, all’abbraccio. Il tema del desiderio d’amore circola come un fiume carsico, ma non è certo un fatto sporadico o occasionale (7).
In 15, l’osservazione analitica di ogni particolare del comportamento neonatale raggiunge l’apice. La citazione deve essere più corposa: «Non parla ma non c’è parte del corpo / quieta: gonfia gli occhi le gote / dimena le braccia le mani / ruota le testa a centottanta gradi / punta i piedi inarca la schiena… / Sembra un torello innanzi alla muleta». Come si vede, il ritmo si fa incalzante, dionisiaco: c’è come una ebbrezza, tra ammirata e amorosa, che penetra fino al midollo. Pura icasticità, l’iconico che prevale? La domanda è oziosa, non ha motivo di essere posta, in quanto resa vana dalla finezza finale: il pianto della bambina taglia – per così dire e anche per restare in tema – la testa al toro.
In 8, la bimba Irene si esibisce voluttuosamente nella lallatio: parla parole che sembrano prive di senso – e lo sono davvero ad occhio razionale ed alfabetizzato –. In realtà sono squisite e brillanti esercitazioni musicali su spartiti che tutti ignorano e che solo lei conosce a fondo: a sei mesi, dunque, la nostra Irene non trova di meglio che lallare e irridere chi tenta di capire le cose, usando di un unico codice interpretativo. Quasi d’obbligo la citazione: «Ma con gli occhi non trovi chi la superi: / – se ti guarda, t’incute soggezione / – se piange, un nodo ti serra la gola / – se sorride, ti credi in paradiso». Dalla soggezione (la bimba soggioga col suo volto serio e assorto) al nodo in gola, al sorriso paradisiaco, il passo è breve, e finalmente appagante.
Tra rabbia fin troppo ottimistica (Gott mit uns) e assenza di nemici (ne siamo proprio certi e sicuri?) e il fastidio per la chemio, ecco l’ἀπροσδόκητον, l’inatteso, ciò che ti ridà il sapore, il gusto sottrattoti al corpo in disarmo. Situazione nuova che potremmo etichettare ‘ribaltamento della situazione’. Anche qui (13), un dettaglio osservato con spirito d’amore (vv. 8-9: «succhiando il piedino con le labbra come fosse il seno della mamma»). L’immagine tratta da un salmo amoroso, significante l’estremo abbandono della creatura umana nelle braccia misericordiose di Dio.
In 10, trovo la spiegazione della mamma della bimba più che giusta e persuasiva. Lo splendore di bimba Irene aiuta il quasi-cieco nonno a ritrovarsi, ossia a vedere dentro il buio che sgomenta.
Il fulgore della bimba ha la meglio, la spunta sui chiari, inoppugnabili segnali di degrado (entropia) e di disfacimento che sono l’alloro spento, deprivato del suo verde manto, per solito lucido e denso. E poi, quel sole così stracco e stralunato, dall’alone che non promette nulla di buono.
Domenico Franciò

martedì 22 aprile 2014

Migliore del maschio




Umberto Saba, nella sua più celebre, e “scandalosa”, poesia “A mia moglie”, afferma risoluto, con tono che non ammette replica: la femmina «è migliore del maschio». Un’affermazione certamente suggestiva, che, per grazia di intuito, può essere fatta propria da ognuno.
La lunga, interminabile, sequela animalesca – continuo paragone, tra somiglianze e dissimiglianze, fra la femmina dell’uomo e gli altri animali «che avvicinano a Dio», non ruota in fondo che su un punto: la capacità generativa, propria e peculiare, della femmina dell’animale.
Il maschio getta il seme e ne può gettare, e sperdere, quanto e più ne vuole in infiniti rivoli e rivoletti: insemina a scialo il maschio, ma… c’è un ma. Non è un portento il Nostro in fatto di memoria e, in più, inclina alla torpida non curanza. Genitore di mille figli, padre di nessuno.
Non così la femmina. Quel seme ricevuto, lei se lo coltiva dentro il suo corpo caldo e voluttuoso, lo elabora in perfetto ossequio a legge di natura (iuxta legem naturae), e, con speranza e tenera trepidazione, attende. Spetta a lei, alla femmina d’uomo, far dono della vita: e con tale travaglio di dolore che termini di confronto, o di riscontro, non si rilevano in nessun’altra umana sofferenza.
I greci antichi – sempre loro – dissero tale verità con le parole orgogliose e sprezzanti di Medea allorché asserisce, e non teme affatto smentita, che le ferite sofferte e inferte reciprocamente in battaglia dai combattenti sono davvero misera cosa, un vero e proprio nulla.
La donna, dunque, proprio per questa sua aderenza ai cicli lunari e alla terra, è portatrice di una legge scolpitale dentro dal Creatore; e siccome, almeno a luce di ragione, il Creatore non può volere il male della sua creatura, la femmina umana è la persona più idonea alla costruzione del bene.
Questa spiegazione – concludiamo – vorrebbe, senza prosopopea e senza hybris, dare ragione di una realtà che solo un grande poeta, con fulminea sintesi intuitiva, poteva scolpire in una frase memorabile per verità e per bellezza.
A corollario, quasi a rinforzo nobilitante del concetto espresso, ci sia concesso riportare una bella riflessione di Cartesio, tratta dai “Privati pensieri” (Cogitationes privatae): «[…] i poeti scrivono nell’entusiasmo e nell’impeto dell’immaginazione». E i semi di scienza che sono in noi «i filosofi li traggon fuori con la ragione, i poeti li fanno sprizzar fuori con l’immaginazione, così che risplendono di più».
Domenico Franciò