In questo nostro tempo, in questa società in cui tutto
procede a ritmi vertiginosi, che lasciano poco spazio al ripensamento, cioè ad
una sosta, una pausa, per riflettere, per fare il punto della situazione, prima
di proseguire in questa dissennata corsa verso non si sa dove e verso non si sa
che, Vincenzo (per il sottoscritto Vincenzino) era uno che aveva idee
estremamente chiare. Aver idee chiare significa obiettivi da realizzare, mete
da raggiungere, e non in un futuro più o meno vago e fumoso ma hic et nunc, qui e ora. Con ciò metteva
in pratica, a mio vedere, una delle tante auree massime latine, l’age quod agis, che ti esorta ad agire,
qualsiasi cosa faccia, col maggior impegno possibile, al limite delle
possibilità.
Vincenzo Leotta e Domenico Franciò |
Amatissimo insegnante, di quelli che, come vuole l’etimo,
lasciano il segno, ha svolto la sua attività prevalentemente al ginnasio, la
cattedra in assoluto più pesante (italiano, latino, greco, storia e geografia),
ma anche quella che offriva le maggiori possibilità per incidere sulla
formazione dei ragazzi, sia per quanto riguarda la loro crescita culturale, sia
per quanto attiene alla loro crescita umana. Le due cose non procedono ognuna
per conto proprio, lungo percorsi paralleli, ma, in un insegnante che si
rispetti, vanno avanti di pari passo, interagendo e integrandosi armoniosamente.
L’uomo di scuola è anche uomo di libri, una persona che
ama tenersi aggiornato, à la pàge,
come si dice, e che, di là dal lavoro scolastico che si porta a casa (temi,
versioni, compiti insomma da correggere e valutare), non si chiude nella
classica torre d’avorio, ma ama decisamente coltivare i rapporti
interpersonali.
Leotta, fatta amicizia con Giovanni Raboni, noto critico
letterario, non che poeta di suo, collabora con lui ad un lavoro filologico
puntuale, rigoroso, in una parola scientifico sull’opera poetica di un grande
siciliano, quel Bartolo Cattafi, che, a Milano, faceva il pubblicitario prima
di imporsi all’attenzione critica con smilzi ma sostanziosi volumetti di una
poesia asciutta, scabra, quasi rastremata.
Anche per suo merito, dunque, il poeta barcellonese ebbe
nell’Olimpo poetico siciliano il posto che meritava: accanto ai Lucio Piccolo,
ai Leonardo Sciascia, ai Vincenzo Consolo, ai Federico de Roberto – non ci si
sorprenda che in questo elenco figurino prosatori, dato che anche la prosa può
assurgere a poesia, e di grande livello e qualità, in tutte le sue infinite
epifanie, secondo quanto abbiamo appreso da Croce. Per non parlare dell’ormai
classico Verga.
Vincenzo era profondamente religioso, non era di quei
cristiani buoni solo per infoltire statistiche, non di rado distorcenti e
fuorvianti. Quando il male del secolo lo aggredì con sistematica devastazione, egli,
in seguito alla nascita di una nipotina da parte dell’amatissima figlia Serena,
trovò l’ispirazione per dei versi di toccante intensità e umanità. I più belli,
a mio avviso, che abbia scritto, e da qualsiasi punto di vista, all’interno di
una produzione poetica, peraltro, di una certa consistenza. E non mi pare di
esagerare se aggiungo che vi ha riversato a pioggia la sapienza del cuore.
In cielo avrà raggiunto la madre, una mater dolorosa, che, vistasi strappare
da un momento all’altro la figlioletta in un giorno che doveva essere di festa
per l’ingresso liberatore delle truppe anglo-americane – la bambina, sportasi
per vedere più da vicino, sfuggita di mano proprio a Vincenzo, era stata
falciata da una camionetta – per il resto della sua esistenza non riuscì in
quella che viene chiamata elaborazione del lutto, tanto era soverchiante il suo
strazio.
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Vincenzo Leotta e Domenico Franciò |
Sapeva dunque riconoscere i meriti altrui, e, quando se
ne presentava l’occasione, dava loro il massimo risalto. Una volta, infatti, mi
confessò che in lui era scattata la molla dell’emulazione, la voglia di far
poesia, allorché, rovistando fra le mie carte cui aveva libero accesso, era
stato quasi folgorato dal verso di una mia poesiola giovanile: «nella notte, un
cane lacera le sue ore».
Vincenzo Leotta era incapace di bugie. Si capisce allora
perché la menzogna distasse da lui anni-luce.
Credo proprio che il mondo della cultura e, tout court, il mondo, con la sua
scomparsa, si sia ritrovato ancor più povero.
Domenico Franciò
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