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lunedì 2 giugno 2014

L’atleta



Sto guardando la foto del calciatore Totti che si mette le mani nei capelli, mentre il volto è contratto in disperazione. Non c’è dubbio che Totti, giocatore straosannato e stimato, sia in quell’istante il più infelice degli uomini, aggredito com’è da un devastante dolore. Se le cose poi andranno secondo desiderio, un’altra foto lo fisserà, lo ritrarrà tutto diverso, traboccante di gioia infinita e senza limiti. E perfino estatica.
Gli esempi, moltiplicabili quanto si vuole, possono abbracciare tutti gli sport, sia individuali sia collettivi.
Cosa intendo dire? Che la vita dell’atleta (l’etimo lo definisce lottatore) non è una vita ‘normale’. Nello spazio di un tempo e luogo determinati – nel caso di Totti una partita di calcio – si assiste alla ‘condensazione’, intensificazione di tutto ciò che nella vita dei comuni mortali è come diluito e sperso. L’atleta vive in quei novanta minuti, con estrema serietà ed impegno, una tale varietà di situazioni e di emozioni che se esse putacaso dovessero irrompere nel quotidiano sarebbe un disastro: scardinerebbe radicitus il più solido degli equilibri acquisiti, farebbe piazza pulita d’ogni quieto vivere. Per questo, chi ha provato quell’esperienza vitale, non appena appende le scarpe al famigerato chiodo, rischia di sprofondare in un abisso, e di dover lottare, per il rimanente della sua vita, contro ricorrenti nostalgie, amari rimpianti, lancinanti rimorsi. E spesso si chiederà: ne valeva la pena? Valeva la pena essersi assicurato per sé e per i suoi un futuro privo di preoccupazioni economiche se tale futuro sarebbe stato così tormentato e inquieto? Sì – osiamo dirgli con la forza della persuasione – ne valeva la pena. Quella vita oscuramente forte non è concessa a molti: quel dono, quel privilegio, prezioso e rischioso, solo a pochissimi tra gli uomini è dato sotto il cielo di godere. E aggiungo a corollario quella bella e saggia riflessione iliadica: “E, anche se siamo nell’afflizione, lasciamo che le cose siano avvenute come sono avvenute, domando – altro non possiamo – il θυμός, l’animo nel petto”. E, a seguire, il forte sigillo beethoveniano: «Muss es sein? – Es muss sein» (Così deve essere? – Così deve essere).
Domenico Franciò

martedì 25 marzo 2014

Zdenek Zeman



Men of few words are the best men (Shakespeare)
Esiste un tipo d’uomo poco frequente, se non raro, alle nostre latitudini linguaiole e verbose. È di poche, spiccate, calibrate parole; alle quali dà, o restituisce, quel peso e quella qualità che le sottraggono alla comunicazione sciatta e precipitosa. Un fiero esemplare di questa nobile umanità è senza dubbio un allenatore tra i più discussi, vale a dire tra i più stimati e disprezzati, amati e detestati. È, insomma, il boemo Zdenek Zeman. All’indomani di una sua clamorosa vittoria alla “Scala del calcio”, il controllo perfetto, distaccato della situazione era assicurato da una parola che sembrava provenire dalle caverne del silenzio. Tra la domanda dell’intervistatore e la risposta dell’intervistato c’è sempre un piccolo iato, una frazione infinitesimale di sospensione: condizione indispensabile al germogliare della parola sapiente. Ed è questo il suo segreto, il suo fascino. Di solito invece gli intervistati si comportano così: alla domanda scattano come molle e si sperdono in diluvi di parole.
Se volessimo, per la simpatia che c’ispira, tentare l’impresa di arrivare al cuore della sua personalità, di là e contro i facili stereotipi, sarebbe difficile, quasi impossibile, separare il professionista dall’uomo: tanto l’uno è compenetrato nell’altro.
Due le qualità prevalenti. Da un lato la ricerca, lo studio incessante di schemi, figure, tattiche, che potrebbe far pensare ad un ‘intellettuale’ sostanzialmente arido e monomaniaco. Dall’altro, a contrappunto, l’apertura fantasiosa, l’inseguimento di un sogno, di mete ideali. Insomma un connubio armonico tra geometrie, rigorose nella loro flessibilità, ed estri che vengono secondati.
Questo educatore, che del calcio e degli uomini, pare conoscere tutti i segreti e tutta la potenzialità, e che fin da giovane si è inoltrato nei campi mai sufficientemente arati dell’utopia calcistica, ha vinto ben poco in carriera. Per questo non è raro che venga sbeffeggiato da certi dappoco o anzi danulla. Che, imbottiti fino all’osso dall’aria greve che si respira in giro, vedono tutto in funzione di immediato profitto, e commiserano schifati il perdente, lo sconfitto. Costoro non sanno che farsene di questo sognatore, di questo hidalgo senza macchia e senza paura; di questo controcorrente che, col suo operare silenzioso, disturba – e non poco – il conformismo sociale. Un uomo capace peraltro di ricucire come un ragno una tela strappata, e con volontà di granito riportarsi a galla mediante applicazione ed esercizio strenuo. Che sa l’arte di rialzarsi dalle cadute e guardare con fiducia lontano. Gli è che Zdenek Zeman crede alla bellezza: il suo calcio, vocato all’attacco, deve dare emozioni, espandere gioia: e non solo ai sostenitori. Si dovrebbe essere grati a questo caparbio sognatore perché – implicitamente s’intende, e non con clangore di trombe e tromboni – ci dà un esempio (alto) di professionalità e di umanità. E aggiungeremmo, se vogliamo essere sinceri fino in fondo, di bontà: una bontà rintanata, quasi occultata per pudore nella faccia a dir poco impenetrabile di rugoso pellerossa, se non fosse per quegli strali, quei fulgori ironici e sornioni che scattano a intermittenza dagli occhi a fessura. Bene. Questo ‘roccioso’ uomo, in un’intervista di tanti anni fa a una televisione locale, rivelò una piega insospettata (ma sarà forse più vero dire sospettabilissima) del suo essere. Alla domanda se avesse, alla fine, qualche desiderio da esprimere: «Che mio padre – disse con voce incrinata e umidi occhi – possa riacquistare un po’ di salute». Quella commozione, bucando lo schermo, disse urbi et orbi di che pasta fosse / sia fatto Zdenek Zeman.
Domenico Franciò

sabato 24 dicembre 2011

Enzo Bearzot, un uomo vero


Sul commissario tecnico della nazionale Enzo Bearzot, scomparso un anno fa nella commozione generale, vorrei fare una rapida riflessione. Osservo anzitutto che la parola più usata, in quella circostanza, per definirne la personalità è stata quella – non certo consueta e non certo in linea con questi nostri tempi – di ‘galantuomo’. Galantuomo, cioè persona onesta, sincera, leale, di cui ci si può fidare e – nel caso – a cui ci si può tranquillamente affidare. Una persona ‘per bene’, detto con altra parola: e proprio con questa sarebbe tanto piaciuto a Bearzot essere ricordato.
Da una interessante, e amorosa, biografia-intervista di Gigi Garanzini edita nel ’97 apprendiamo che Bearzot era convinto che il suo fosse un mestiere «atipico ed estremamente empirico», che compito fondamentale dell’allenatore fosse quello di costruire anzitutto il ‘gruppo’, ossia un insieme solidale ed affiatato: preziosa e insostituibile risorsa, di cui altri avrebbe fatto un uso sciagurato. Un sano empirismo dunque lo portava a diffidare del calcio tutto di testa, asservito all’esatta applicazione automatica, perfino ossessiva, di schemi e controschemi. La partita per lui doveva essere invece – ecco l’idea geniale – «come un pezzo di jazz», musica che vuole, come è noto, interpretazioni sempre nuove e rinnovate. Ciascuno suona, sì, il proprio strumento, ma su una base armonica comune e sui tempi di fondo dettati dal ‘regista’: il tutto a confluire nell’assolo, emozionante e risolutivo, del solista. Lo spartito, mai fisso, adattato, volta per volta, al tema musicale, ossia all’avversario di turno. Calcio perciò tutt’altro che difensivo, bilanciato com’era tra una solida intelaiatura collettiva e il vibrare creativo di estri e spunti individuali (il pensiero corre veloce, più che al trionfale ’82, al preparatorio e anch’esso indimenticabile ’78). Dell’uomo Bearzot, nutrito, fra l’altro, di cultura classica – Orazio era il suo autore preferito –, vengono subito in mente una ruvida ma efficace comunicativa, una non comune capacità di ascolto, un geloso sentimento della dignità personale. E se queste qualità umane sono chiaramente percepibili, o intuibili, quando si è nel pieno del vigore, tanto più, e maggior ragione, sono da apprezzare quando si passa nel cono d’ombra della quotidianità. Al clamore e al luccichio, spesso futile e spocchioso, dei palcoscenici televisivi, Bearzot preferì, con scelta radicale, la vita appartata degli affetti, familiari e amicali. In una società infarcita da melensi parolai, di urlatori insultanti e scalmanati, di esibizionisti sfrontati e privi di ogni grazia, Bearzot ha fornito un esempio di umanità discreta, dignitosa, forte: cioè, in ultima analisi, di autenticità. I grandi uomini hanno il potere, un po’ misterioso in verità, di una contagiosa irradiazione educativa. Cui soltanto un evento irreversibile come la morte può mettere il sigillo dell’esemplarità, consegnandola alla incondizionata stima e al rimpianto di tutti.
Domenico Franciò