venerdì 2 agosto 2013
domenica 9 giugno 2013
Premio Piero Sgroi 2013
Liceo Classico "Giuseppe La Farina" di Messina
7 giugno 2013
Salone delle Bandiere Comune di Messina
Premio Piero Sgroj 2013
a
Domenico Franciò
Solido e saggio punto di riferimento per allievi e comunità scolastica, ha donato con generoso rispetto per l'altro il suo sapere che continua a coltivare come scrittore e saggista.
Da sinistra a destra: Prof. Renato Zafarana (Dirigente Scolastico del Liceo Classico "G. La Farina"), Prof. Santi Furnari (Lecturer in Strategy at Cass Business School and Research Affiliate at the University of Chicago's Cultural Policy Center), Dr. Alessandro Notarstefano (Direttore responsabile de "La Gazzetta del Sud"), Dr. Nino Rizzo Nervo (giornalista), Domenico Franciò, Simona Celi (attrice).
sabato 18 maggio 2013
Recensione a “Lettera a un insegnante” di Vittorino Andreoli, Rizzoli 2006
Il destinatario di questa “lettera” incalzante e agguerrita è
l’insegnante della scuola media, inferiore e superiore: la scuola
dell’adolescenza. E l’adolescenza, età difficoltosa quant’altre mai, è
sostanzialmente – lo conferma l’etimo – crescita, vale a dire mutamento per
salti e metamorfosi. E dunque compito primario della scuola è, in un delicato
passaggio che induce spaesamento e ricerca spasmodica di identità, insegnare a vivere. È questo – possiamo
affermare – il leitmotiv del libro, ciò che detta all’autore accenti di rara
intensità. Senza questo obiettivo la scuola è solo un’istituzione assurda e
crudele che produce effetti dannosi, e talora perfino catastrofici. Una scuola immotivata
che non susciti interessi conoscitivi e non accenda emozioni, e sia anzi iniqua
e ingiusta, piatta e noiosa, cinica e beffarda, può anche… uccidere. E non solo
per metafora. La “dispersione scolastica” è una strage vera e propria: tante
crocette dovrebbero essere appese alle pareti scolastiche ad attestare l’esito
infausto di un mandato educativo tradito. È all’emarginazione che si deve poi quella
insopportabile infelicità di fondo che induce adolescenti fragili e a
fortissimo disagio esistenziale a togliere… il disturbo: o con un suicidio
mascherato (vedi incidenti stradali) o con un atto deliberatamente
autodistruttivo.
Ora, perché la scuola sia umana ed educhi all’impegno serio e costruttivo
è necessario sostituire alla egemonia dell’io, imperante nella società della
lotta e dell’esclusione, il gruppo, la classe, il “noi”. Occorre perciò
recidere in radice lo spirito competitivo impiantando e alimentando il
sentimento della solidarietà, il piacere della ricerca comune, un po’ come
avviene, ad esempio, in una squadra di calcio o in una orchestra. Spariscano
perciò i voti, scompaia l’odiosa figura del cosiddetto primo della classe, e si
favorisca una collaborazione capace di promuovere senso di appartenenza e
partecipazione ad un progetto condiviso. Ad evitare poi un, come si dice, appiattimento
o livellamento in basso ci penserà l’insegnante: che traendo il meglio da
ciascuno, costruirà – estirpata la malerba dei favoritismi, delle frustrazioni,
del dolore – una comunità serena, gioiosa, giusta. I talenti degli allievi
verranno messi a servizio, e a profitto, del gruppo-classe. Tutti andranno
incoraggiati, nessuno verrà mortificato, di ognuno cercando di salvaguardare il
bene prezioso dell’autostima personale. La scuola sarà così messa in grado di opporre
un modello di vita alternativo alla società dell’attimo, del dissennato e
offensivo spreco di risorse, cose e persone.
Ma – ci si chiede – come deve essere in concreto l’insegnante cui
spetterà di realizzare, operando da catalizzatore, questa inversione di rotta? Dopo
aver delineato una ricca tipologia negativa (il cattivo, il minimalista,
l’ingiusto, il narciso, il tipo da palcoscenico, il samaritano) si arriva ad
una conclusione apparentemente contraddittoria. L’insegnante ideale è l’insegnante
“imperfetto”. Sebbene abbia delle certezze profonde e un chiaro orientamento
interiore egli ha insieme coscienza netta dei suoi limiti, e per questo non è
affatto impermeabile al dubbio. Quest’ultimo però, non che difetto, è un pregio
decisivo che lo preserva dalla tabe del fanatismo tenendolo sulla corda della
continua ricerca, dell’apprendimento costante. Un buon insegnante – afferma con
sicurezza l’autore – è un “ottimo studente” che offre ai suoi allievi un
esempio trainante di impegno e dedizione.
Ma – domanda cruciale – si può davvero insegnare a vivere? Si può. Qualora
ci si renda conto, e mai si dimentichi, che l’affettività a scuola deve avere un
posto, un’importanza, un riguardo almeno pari all’intelligenza. Solo così sarà
possibile attingere un vero sapere, che “non è un orpello, una
decorazione, ma uno strumento per vivere”.
La scuola del passato aveva una duplice funzione: informativa e
formativa. La funzione informativa è caduta ormai, quasi per intero, sotto il
dominio del progresso tecnologico. Ma la funzione formativa, quella che per
Andreoli coincide tout court con l’“insegnare a vivere”, continuerà ad essere
prerogativa della scuola. Ed è funzione, in un futuro più o meno prossimo,
sempre più importante, anzi decisiva: a patto, beninteso, che essa, la scuola, sia
attrezzata dell’indispensabile corredo critico e sappia come sollecitare le
forze creative. Indispensabile è però al riguardo che all’insegnante venga
assicurata piena libertà di movimento in fatto di programmazione e di esecuzione:
impedendo ai programmi ministeriali o regionali o d’istituto che siano di
costruire intorno a lui gabbie ossessive di astratte, prolisse precettistiche
che non tengono in considerazione alcuna l’unica realtà che conta, quella in
cui l’insegnante si trova in concreto ad operare.
Domenico Franciò
[Articolo apparso su La Scintilla del 4 maggio 2008]
Etichette:
Lettera a un insegnante,
pedagogia,
recensione,
scuola,
Vittorino Andreoli
lunedì 26 novembre 2012
Recensione a “Ogni cosa alla sua stagione” di Enzo Bianchi, Einaudi 2010
Etichette:
Enzo Bianchi,
letteratura,
recensione,
religione
sabato 24 dicembre 2011
Enzo Bearzot, un uomo vero
Sul commissario tecnico della nazionale Enzo Bearzot, scomparso un anno fa nella commozione generale, vorrei fare una rapida riflessione. Osservo anzitutto che la parola più usata, in quella circostanza, per definirne la personalità è stata quella – non certo consueta e non certo in linea con questi nostri tempi – di ‘galantuomo’. Galantuomo, cioè persona onesta, sincera, leale, di cui ci si può fidare e – nel caso – a cui ci si può tranquillamente affidare. Una persona ‘per bene’, detto con altra parola: e proprio con questa sarebbe tanto piaciuto a Bearzot essere ricordato.
Da una interessante, e amorosa, biografia-intervista di Gigi Garanzini edita nel ’97 apprendiamo che Bearzot era convinto che il suo fosse un mestiere «atipico ed estremamente empirico», che compito fondamentale dell’allenatore fosse quello di costruire anzitutto il ‘gruppo’, ossia un insieme solidale ed affiatato: preziosa e insostituibile risorsa, di cui altri avrebbe fatto un uso sciagurato. Un sano empirismo dunque lo portava a diffidare del calcio tutto di testa, asservito all’esatta applicazione automatica, perfino ossessiva, di schemi e controschemi. La partita per lui doveva essere invece – ecco l’idea geniale – «come un pezzo di jazz», musica che vuole, come è noto, interpretazioni sempre nuove e rinnovate. Ciascuno suona, sì, il proprio strumento, ma su una base armonica comune e sui tempi di fondo dettati dal ‘regista’: il tutto a confluire nell’assolo, emozionante e risolutivo, del solista. Lo spartito, mai fisso, adattato, volta per volta, al tema musicale, ossia all’avversario di turno. Calcio perciò tutt’altro che difensivo, bilanciato com’era tra una solida intelaiatura collettiva e il vibrare creativo di estri e spunti individuali (il pensiero corre veloce, più che al trionfale ’82, al preparatorio e anch’esso indimenticabile ’78). Dell’uomo Bearzot, nutrito, fra l’altro, di cultura classica – Orazio era il suo autore preferito –, vengono subito in mente una ruvida ma efficace comunicativa, una non comune capacità di ascolto, un geloso sentimento della dignità personale. E se queste qualità umane sono chiaramente percepibili, o intuibili, quando si è nel pieno del vigore, tanto più, e maggior ragione, sono da apprezzare quando si passa nel cono d’ombra della quotidianità. Al clamore e al luccichio, spesso futile e spocchioso, dei palcoscenici televisivi, Bearzot preferì, con scelta radicale, la vita appartata degli affetti, familiari e amicali. In una società infarcita da melensi parolai, di urlatori insultanti e scalmanati, di esibizionisti sfrontati e privi di ogni grazia, Bearzot ha fornito un esempio di umanità discreta, dignitosa, forte: cioè, in ultima analisi, di autenticità. I grandi uomini hanno il potere, un po’ misterioso in verità, di una contagiosa irradiazione educativa. Cui soltanto un evento irreversibile come la morte può mettere il sigillo dell’esemplarità, consegnandola alla incondizionata stima e al rimpianto di tutti.
Domenico Franciò
sabato 5 novembre 2011
Recensione a “Un cattolico a modo suo” di Pietro Scoppola, Morcelliana 2008
Non si può, credo, non sentirsi attratti da persone che, credenti o non credenti, abbiano spessore di umanità; e dunque non abdichino per nessuna ragione all’esercizio della riflessione personale: a costo di affrontare i rischi inevitabilmente connessi a temi di grande delicatezza e complessità, spirituale e morale. Per non altro fine che non sia quello, nobilissimo, di salvaguardare con somma cura e senza risparmio di forze, quel bene prezioso che è la pace con sé stessi, l’accordo con la propria coscienza. D’altra parte l’acquisizione del ‘primato della coscienza’ – di questo si sta parlando – non può certo dirsi recentissima. Ad esempio, un’affermazione del Concilio Lateranense IV del 1215 suonava così: Quidquid fit contra conscientiam aedificat ad gehennam, che potrebbe rendersi: Qualsiasi cosa fai contro coscienza ti porta, mattone su mattone, all’inferno.
Ciò premesso, mi occuperò di un libro e di una persona che proprio per le qualità sopra accennate mi hanno affascinato e commosso. Già la dice piuttosto lunga il titolo, che nasce da un giudizio pronunciato da papa Paolo VI. Che su Scoppola, attaccato con durezza dall’Osservatore Romano per un presunto “pluralismo senza criterio”, ebbe ad affermare: «Scoppola è un cattolico un po’ a modo suo, ma è bene che rimanga» (ossia – spieghiamo al lettore – non si dimetta dal convegno cui era stato invitato). E l’autore chiosa: «un “cattolico a modo suo”, detto dal Papa, era il massimo che potessi desiderare».
È un libro – nota finemente Giuseppe Tognon in premessa – «fuori da ogni schema, ricco di suggestioni, amaro e fiducioso, autobiografico e insieme universale», pensato e scritto nell’ultimo scorcio della vita «in un clima di grande intensità emotiva e di profondo raccoglimento». Avrebbe potuto l’autore scrivere in astratto sulla vita, la morte, la fede, la ragione e invece «parla di sé, in un gesto di colta umiltà e di confidenza con il lettore».
I temi sono molteplici ma sostanzialmente rientrano nella letteratura civile (memorabile la definizione della politica «come valutazione razionale del possibile e come sofferenza per l’impossibile») e soprattutto nella letteratura religiosa.
L’immagine complessiva che di Pietro Scoppola viene fuori dalla lettura è quella di un uomo di rara onestà, di rara limpidezza morale e intellettuale. Che dice di sé, dei suoi, dei maestri con sincerità estrema: l’autoritarismo del padre, uomo buono peraltro; l’emotività ansiogena della madre, fonte delle insicurezze e timidezze adolescenziali; la formazione rigorosa, quasi granitica, ricevuta alla scuola dei gesuiti, e insieme piuttosto chiusa, scolastica e dogmatica; la confessione dei propri debiti culturali (su tutti H. I. Marrou, col suo storicismo umanistico aperto ai valori della trascendenza); la fede, considerata non, o non solo, come dottrina bensì fulcro e motore dell’esistenza: suscettibile sempre di nuovi arricchimenti, e instancabilmente sollecitata da dubbi e istanze problematiche che si incarnano alla fine nello stesso modo di credere.
La questione della fede è il cuore del libro. Sono ridiscussi molti dei punti nevralgici che alla luce della razionalità umana – di cui peraltro non sono ignorati i limiti – riesce difficile accettare: citiamo per tutti l’idea dell’inferno che «anche ridotta alla nozione metafisica della privazione di Dio rimane intensamente tragica», e non solo per l’uomo. Scoppola era perfettamente consapevole di aver fatto un cammino «nel senso del concilio e talvolta forse anche oltre il concilio».
L’ultimo capitolo è quello che più tocca certe corde dell’anima. L’autore parla, continuando ad assecondare un’esigenza radicale di sincerità, della malattia che lo ha raggiunto. Senonché, pur nella straziante situazione, quando, stando “dentro al tritacarne, sotto torchio”, sarebbe impensabile o quantomeno illusorio l’esercizio della lucidità e della capacità di distinzione, egli non intende abdicare alla sua dignità di persona. Intuisce che la sofferenza bruta può, in qualche modo e in qualche misura, essere trasformata in dolore umanizzante. Per questo non starà a chiedersi: “perché a me”, ma cercherà di disporsi ad accogliere il «Sia fatta la tua volontà»: nella persuasione che è «nel modo di rispondere all’evento» che si fa o non si fa, in definitiva, la volontà di Dio. Grato al Signore dei momenti di intensa intimità spirituale, quasi inimmaginabili, vissuti coi propri cari, continuerà a sforzarsi, con umiltà, ad essere e sentirsi «in sintonia con questo grande e misterioso disegno di amore che ci coinvolge tutti». Sperando così di rimanere, fino alla fine, nella “corrente viva della fede”.
Domenico Franciò
Etichette:
Pietro Scoppola,
recensione,
religione
lunedì 15 agosto 2011
Recensione a “C’era una volta il mito” di Maurizio Bettini, Sellerio 2007, € 12,00
C’era una volta… Non un re e una regina, e neppure il West di Sergio Leone, ma… il mito. E così già sai dal titolo che il libro tra le tue mani non è il solito (serioso) manuale di mitologia, quello che, scientifico o divulgativo che sia, ti procura, anche per pretesa di completezza, un certo effetto soporifero.
Che libro è allora? Un libro che affronta, con la competenza agguerrita del filologo classico e il piacere contagioso del narratore, il mare magnum della mitologia creata dalla inesauribile fantasia degli antichi greci, collettiva o individuale, e tenta di mettere un po’ d’ordine ricercandovi vie praticabili. Altrimenti detto: non l’erudizione che sistema e congela in un arido lemmario, ma la scrittura, vivace e brillante, di chi, tra le maglie di una intrecciatissima rete, persegue un disegno, una sua direzione di marcia. Sta a lui raccontare e spiegare, ricorrendo, quando è necessario, a rimandi incrociati, a collegamenti trasversali, a riprese e ripetizioni, fatti e personaggi che hanno sempre un significato più profondo di quello che appare in superficie. Ed ecco allora che i racconti più vari e meravigliosi, come quelli di fondazione, connessi all’origine di certi rituali o costumanze, o quelli legati alla misoginia (Pandora e il suo vaso), alla fatica vana (Sisifo), allo «scambio delle vite» (Alcesti che si sacrifica per il marito), e altri ancora, sono disposti in un quadro narrativo che rimanda costantemente a colui che, dietro le quinte, cura il montaggio e dispone le cose e i colori. Tale presenza si avverte da certi ammiccamenti o allusioni, o in certe increspature ironiche e divertite, o in altre di tonalità differenti, anche risentite. Ci si accorge così che la distanza tra l’atemporalità mitica e il nostro tempo viene accorciata, talvolta quasi azzerata. Al lettore è garantito il piacere di respirare una penetrante aura ironica, sottile quanto bonaria, che lo illude di una qualche complicità con l’autore. Per questo abbiamo spesso del fatto nudo e crudo la ‘ricaduta’ sull’oggi, il significato per noi. Stiamo pensando, per esempio, a un ammiccare malizioso a certa (insensata) prassi politica attuale: laddove si coglie l’analogia tra l’abitudine degli antichi a consultare gli oracoli e la smania odierna di consultare… i sondaggi.
Se la funzione primaria del mito pare sia quella di delectare e docere, divertire e ammaestrare, nondimeno è più probabile per l’autore che essa consista soprattutto nel piacere del puro raccontare e farsi raccontare. Ma – ci si può chiedere – qual è il rapporto del mito con la letteratura e, in genere, con l’arte? Al riguardo è offerto un esempio emblematico: il racconto di Orfeo e Euridice. Una domanda, cruciale, s’impone: perché Orfeo si volta, contro il divieto, a guardare Euridice, impedendole così di tornare a vita e ricacciandola definitivamente nell’abisso nero della morte? Due risposte sono date. Quella di Cesare Pavese, in linea col temperamento severo e cupo dello scrittore, svela una finissima ragione psicologica: Orfeo si volterebbe per risparmiare all’amata, se riassunta alla vita, lo strazio di doverla riperdere. Un impulso d’amore, d’amore vero. La risposta di Bufalino corre invece sul filo del paradosso, beffarda e cinica come certe battute. Se Orfeo non si fosse voltato, addio Gluck, addio «Che farò senza Euridice…»: quasi che il racconto mitico avesse come sua unica giustificazione proprio quella di rendere possibile, a distanza di secoli, la celebre opera del compositore tedesco.
Il racconto – già si è accennato – non è lineare: per avanzare ha bisogno talora di retrocedere e di prendersi delle pause, parentetiche o digressive. E se l’intelaiatura mitologica è sostanzialmente greca, affascinanti confronti e paralleli vengono scoperti in altre saghe, in altre epiche.
La lieve ironia, costante di fondo di questo narrare, in qualche caso cede il passo al sarcasmo e persino all’indignazione, sferzante e sprezzante. Come quando si parla di mètis, che vuol dire astuzia, intelligenza astuta. Ma – viene precisato con uno scatto perentorio –: «Non quella da quattro soldi del truffatore o dell’imbroglione, ma l’intelligenza che permette di risolvere le situazioni con un guizzo della mente».
Domenico Franciò
Iscriviti a:
Post (Atom)






