domenica 15 giugno 2014
Recensione a “Sillabario della memoria” di Federico Roncoroni, Salani 2010
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Viaggio sentimentale tra le parole amate
lunedì 2 giugno 2014
L’atleta
Sto guardando la
foto del calciatore Totti che si mette le mani nei capelli, mentre il volto è
contratto in disperazione. Non c’è dubbio che Totti, giocatore straosannato e
stimato, sia in quell’istante il più infelice degli uomini, aggredito com’è da
un devastante dolore. Se le cose poi andranno secondo desiderio, un’altra foto
lo fisserà, lo ritrarrà tutto diverso, traboccante di gioia infinita e senza
limiti. E perfino estatica.
Gli esempi,
moltiplicabili quanto si vuole, possono abbracciare tutti gli sport, sia individuali
sia collettivi.
Cosa intendo
dire? Che la vita dell’atleta (l’etimo lo definisce lottatore) non è una vita ‘normale’. Nello spazio di un tempo e
luogo determinati – nel caso di Totti una partita di calcio – si assiste alla ‘condensazione’,
intensificazione di tutto ciò che nella vita dei comuni mortali è come diluito
e sperso. L’atleta vive in quei novanta minuti, con estrema serietà ed impegno,
una tale varietà di situazioni e di emozioni che se esse putacaso dovessero irrompere nel quotidiano sarebbe un disastro: scardinerebbe
radicitus il più solido degli
equilibri acquisiti, farebbe piazza pulita d’ogni quieto vivere. Per questo,
chi ha provato quell’esperienza vitale, non appena appende le scarpe al famigerato
chiodo, rischia di sprofondare in un abisso, e di dover lottare, per il
rimanente della sua vita, contro ricorrenti nostalgie, amari rimpianti,
lancinanti rimorsi. E spesso si chiederà: ne valeva la pena? Valeva la pena
essersi assicurato per sé e per i suoi un futuro privo di preoccupazioni
economiche se tale futuro sarebbe stato così tormentato e inquieto? Sì – osiamo
dirgli con la forza della persuasione – ne valeva la pena. Quella vita
oscuramente forte non è concessa a molti: quel dono, quel privilegio, prezioso e rischioso, solo
a pochissimi tra gli uomini è dato sotto il cielo di godere.
E aggiungo a corollario quella bella e saggia riflessione iliadica: “E, anche
se siamo nell’afflizione, lasciamo che le cose siano avvenute come sono
avvenute, domando – altro non possiamo – il θυμός, l’animo nel petto”. E, a
seguire, il forte sigillo beethoveniano: «Muss es sein? – Es muss sein» (Così
deve essere? – Così deve essere).
Domenico
Franciò
mercoledì 7 maggio 2014
Recensione a “La direzione. Suite per Irene” di Vincenzo Leotta, Giambra Editori 2014
Si può affermare con un certo margine di
sicurezza, e senza timore di incorrere nell’ira degli dei, che la nota
dominante di questa silloge di Vincenzo Leotta sia un flusso d’amore
bidirezionale. (Non certo casuale il titolo “La direzione”). Flusso d’amore ininterrotto
dalla bimba Irene ai cari, dai cari ad Irene; vale a dire dal centro, che
indubitabilmente è Irene, alla periferia, che sono i suoi familiari, in un
virtuoso vortice incessante. Il vortice entro cui vagano, rapite da tempesta
che mai non cessa, le anime sbigottite e vaganti di Paolo e Francesca.
Quanto al sottotitolo “Suite per Irene”
non è che i dizionari siano prodighi al riguardo. Dicono che si tratta di un
termine musicale, ed esattamente: «Composizione strumentale di origine barocca
per danza in più tempi, ove si alternano pezzi in rapido movimento a pezzi a
movimento lento».
Tocca perciò al critico, o comunque allo
studioso, cercare di tirar fuori, snidare l’intenzionalità semantica affidata
al termine. Operazione che va fatta sempre, crediamo, ἀπάλαις χερσίν, con mani
delicate, ossia col tatto e la levità di tocco che la materia e la circostanza richiedono.
A me pare, stando anche all’etimologia
che si lega chiaramente a ‘seguire’, che il poeta abbia pensato alla sua
silloge come a qualcosa di compatto, ad una serie di tessere incastranti l’una nell’altra
per un disegno nitido e coerente.
L’esame, analiticamente e concretamente
condotto sulle diciotto poesie, si presta ad avvalorare questa impressione. Da
ciascuna di esse – ma senza un ordine prestabilito né tantomeno sistemico, o
sistematico, che, francamente, confessiamolo, non è nelle nostre corde, e ci
toglierebbe respiro e libertà di movimento, preleviamo elementi puntuali, che confortino
la tesi intravista.
Prendiamo 18. Esso compendia (ab uno disce omnes) la singolarità
poetica della raccolta: i versi iniziali della felicissima battuta autoironica
(«Venuta l’ora, il più tardi però») s’innestano, con felicità e
leggerezza, sulla espressione di candido affetto per la «dolce nipotina»,
facendo da supporto, in questo, la fede non certo ordinaria del nonno-poeta.
È ufficio e compito del nitore formale
contenere dentro giusti argini una straripante tenerezza che altrimenti non si
vede come poter fermare. Esaminiamo la prima poesia.
Chi non sa che Marzo è ‘pazzariello’, il
mese buono per tutte le sorprese? Prove di partenza: pronta la valigia,
timbrato il biglietto di sola andata, la mente e l’animo disposti all’altrove (nox una dormienda), quell’altrove
misterioso che – si sa – non ammette ritorno né, aggiungiamo, moviola o replay
(unde nullus numquam redit). Non
aveva fatto però i conti il Nostro con l’improvvisa epifania della paciosa
bimba Irene, che svoglia ad iniziare quel viaggio. Che altro fare allora quando
accanto c’è una creaturina indifesa e inerme, se non sostenerla, anche se si è
«debole», «infermo» di suo? La ‘rivoluzione’ diventa tutta una preziosa
occasione per un osservare amoroso. La figlia felice, che dà il latte alla
nipotina felice, è situata in un quadretto idillico, tenero e beato, che
scioglie il sangue facendo rifluire la vita e disponendo a nuovi sogni, a
«nuove follie» (2). La bimba sa astrarsi dal circostante per uno spazio tutto
suo «le mille miglia distante», e dunque inattingibile, più che refrattaria,
all’abbraccio. Il tema del desiderio d’amore circola come un fiume carsico, ma
non è certo un fatto sporadico o occasionale (7).
In 15, l’osservazione analitica di ogni
particolare del comportamento neonatale raggiunge l’apice. La citazione deve essere
più corposa: «Non parla ma non c’è parte del corpo / quieta: gonfia gli occhi
le gote / dimena le braccia le mani / ruota le testa a centottanta gradi /
punta i piedi inarca la schiena… / Sembra un torello innanzi alla muleta». Come
si vede, il ritmo si fa incalzante, dionisiaco: c’è come una ebbrezza, tra
ammirata e amorosa, che penetra fino al midollo. Pura icasticità, l’iconico che
prevale? La domanda è oziosa, non ha motivo di essere posta, in quanto resa
vana dalla finezza finale: il pianto della bambina taglia – per così dire e
anche per restare in tema – la testa al toro.
In 8, la bimba Irene si esibisce
voluttuosamente nella lallatio: parla
parole che sembrano prive di senso – e lo sono davvero ad occhio razionale ed
alfabetizzato –. In realtà sono squisite e brillanti esercitazioni musicali su
spartiti che tutti ignorano e che solo lei conosce a fondo: a sei mesi, dunque,
la nostra Irene non trova di meglio che lallare
e irridere chi tenta di capire le cose, usando di un unico codice
interpretativo. Quasi d’obbligo la citazione: «Ma con gli occhi non trovi chi
la superi: / – se ti guarda, t’incute soggezione / – se piange, un nodo ti
serra la gola / – se sorride, ti credi in paradiso». Dalla soggezione (la bimba
soggioga col suo volto serio e assorto) al nodo in gola, al sorriso
paradisiaco, il passo è breve, e finalmente appagante.
Tra rabbia fin troppo ottimistica (Gott
mit uns) e assenza di nemici (ne siamo proprio certi e sicuri?) e il fastidio
per la chemio, ecco l’ἀπροσδόκητον, l’inatteso, ciò che ti ridà il sapore, il
gusto sottrattoti al corpo in disarmo. Situazione nuova che potremmo
etichettare ‘ribaltamento della situazione’. Anche qui (13), un dettaglio
osservato con spirito d’amore (vv. 8-9: «succhiando il piedino con le labbra
come fosse il seno della mamma»). L’immagine tratta da un salmo amoroso,
significante l’estremo abbandono della creatura umana nelle braccia
misericordiose di Dio.
In 10, trovo la spiegazione della mamma
della bimba più che giusta e persuasiva. Lo splendore di bimba Irene aiuta il
quasi-cieco nonno a ritrovarsi, ossia a vedere dentro il buio che sgomenta.
Il fulgore della bimba ha la meglio, la
spunta sui chiari, inoppugnabili segnali di degrado (entropia) e di
disfacimento che sono l’alloro spento, deprivato del suo verde manto, per
solito lucido e denso. E poi, quel sole così stracco e stralunato, dall’alone
che non promette nulla di buono.
Domenico Franciò
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mercoledì 30 aprile 2014
Paura dello strazio
Splendida
testimonianza di un medico-clown, ovvero di chi si traveste da medico-clown per
donare sollievo, gioco e gioia a piccoli e giovanissimi affetti da tumore.
Ed ecco la
straordinaria esperienza comunicata in radio dal protagonista. Come ha dovuto
nei primi tempi – e ancor ora – scavalcare un macigno, una montagna: la paura. La
paura dello strazio. Ma alla volontà – ce lo ricorda un ‘giusto’ proverbio –
nulla resiste. E così il macigno-montagna è affrontato col piglio di chi corre una
corsa ad ostacoli: prima uno, poi un altro, poi un altro ancora, e via così. Davanti
alla barriera il cavaliere sente il cuore saltargli in gola, ma il superamento è
varco e vertigine per una non misurabile felicità. Volta per volta, ostacolo
per ostacolo, con spirito certosino, l’emozione rivive uguale e diversa.
Morale della
favola? -La paura, per vincerla, va guardata in faccia senza abbassare minimamente
ciglio: vie di fuga, oblique e laterali, non ce ne sono proprio. E codardia e
viltà stanno sempre lì, in agguato, pronte ad azzannare il cuore.
Domenico
Franciò
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martedì 22 aprile 2014
Migliore del maschio
Umberto Saba,
nella sua più celebre, e “scandalosa”, poesia “A mia moglie”, afferma risoluto,
con tono che non ammette replica: la femmina «è migliore del maschio».
Un’affermazione certamente suggestiva, che, per grazia di intuito, può essere
fatta propria da ognuno.
La lunga,
interminabile, sequela animalesca – continuo paragone, tra somiglianze e dissimiglianze,
fra la femmina dell’uomo e gli altri animali «che avvicinano a Dio», non ruota
in fondo che su un punto: la capacità generativa, propria e peculiare, della
femmina dell’animale.
Il maschio getta
il seme e ne può gettare, e sperdere, quanto e più ne vuole in infiniti rivoli
e rivoletti: insemina a scialo il maschio, ma… c’è un ma. Non è un portento il
Nostro in fatto di memoria e, in più, inclina alla torpida non curanza.
Genitore di mille figli, padre di nessuno.
Non così la
femmina. Quel seme ricevuto, lei se lo coltiva dentro il suo corpo caldo e
voluttuoso, lo elabora in perfetto ossequio a legge di natura (iuxta legem naturae), e, con speranza e
tenera trepidazione, attende. Spetta a lei, alla femmina d’uomo, far dono della
vita: e con tale travaglio di dolore che termini di confronto, o di riscontro,
non si rilevano in nessun’altra umana sofferenza.
I greci antichi
– sempre loro – dissero tale verità con le parole orgogliose e sprezzanti di
Medea allorché asserisce, e non teme affatto smentita, che le ferite sofferte e
inferte reciprocamente in battaglia dai combattenti sono davvero misera cosa,
un vero e proprio nulla.
La donna,
dunque, proprio per questa sua aderenza ai cicli lunari e alla terra, è
portatrice di una legge scolpitale dentro dal Creatore; e siccome, almeno a luce
di ragione, il Creatore non può volere il male della sua creatura, la femmina
umana è la persona più idonea alla costruzione del bene.
Questa
spiegazione – concludiamo – vorrebbe, senza prosopopea e senza hybris, dare ragione di una realtà che
solo un grande poeta, con fulminea sintesi intuitiva, poteva scolpire in una
frase memorabile per verità e per bellezza.
A corollario,
quasi a rinforzo nobilitante del concetto espresso, ci sia concesso riportare una
bella riflessione di Cartesio, tratta dai “Privati pensieri” (Cogitationes privatae): «[…] i poeti scrivono nell’entusiasmo e nell’impeto
dell’immaginazione». E i semi di scienza che sono in noi «i filosofi li traggon
fuori con la ragione, i poeti li fanno sprizzar fuori con l’immaginazione, così
che risplendono di più».
Domenico
Franciò
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