[Articolo
apparso su Moleskine, Giugno/Luglio 2015]
martedì 4 agosto 2015
In ricordo di Giovanni Brancato. Docente illuminato del Maurolico
Etichette:
Aristotele,
Carducci,
Dante,
docente,
Giovanni Brancato,
Impallomeni,
Lisia,
Lucrezio,
maestro,
Maurolico,
Orazio,
ricordo,
scuola,
Sofocle
lunedì 6 aprile 2015
Voce rabbioso-allegra
Ogni canzone della
rockstar Gianna Nannini attira per la straordinaria, prepotente energia. Per
spiegare il fenomeno tentiamo un’ipotesi. Che di fronte alla vita questa
artista, scanzonata e ribelle, si ponga, sempre, con animo stupito e commosso,
essendo da sempre lo stupore la strada maestra per scardinare il vecchio e
cogliere, accogliere il nuovo. La sua rabbia è, in essenza, voglia di cambiare
il mondo, di sconvolgere assetti calcificati e rattrappiti, voglia di affrancare
dalla torpida inerzia, di buttar giù convitati di pietra, foreste pietrificate.
È allegra e forte, ama ferocemente la vita, ed è questo amore ragione e fonte della
sua arte. E quando la voce pare sfilacciarsi, lacerarsi in tonalità aggressive
e struggenti, è proprio allora che avviene il prodigio: il travaso in noi della
sua possente energia liberatrice.
Non è bella la
voce: suggestiva, trascinante e perfino terebrante, sì. Penetra a fondo, e tutto
rimescola, scompiglia, si anima.
Domenico
Franciò
Etichette:
Gianna Nannini,
rabbia,
rockstar,
suggestiva,
terebrante,
trascinante,
voce rabbioso-allegra
lunedì 16 marzo 2015
Letteratura digestiva
Dall’autobiografia
di Romolo Valli traggo uno spunto interessante. Con riguardo a un certo cinema
disimpegnato, d’intrattenimento, il
grande attore lo stronca con un semplice aggettivo: digestivo. Iunctura sintattica che fa affiorare, per semplice analogia,
e non per improbabili acrobatismi mentali, una lontana affermazione polemica
per la quale certa storiografia greca, poco aderente alla realtà dalla quale
ama astrarsi, e tutta incline al fantastico e al fantasioso, era bollata come una
storiografia “di pancia”, vale a dire edonistica.
Sono convinto che
quell’aggettivo possa legittimamente essere traslato in campo letterario, e con
tonalità tutt’altro che blande e ammorbidenti. Una letteratura digestiva – e tranquillamente
si potrebbe aggiungere di consumo – è letteratura superficiale, di scarso o
nullo impegno etico – e dico etico nel senso ampio e virtuoso della promozione
a bellezza. Parola questa strombazzata, dall’universo mediatico, come capacità
di elargire vita, respiro, conforto. E così dovrebbe essere, ma così non è
appunto perché s’intruppa con quella genia di parole modaiole lasciate al
guasto e al degrado come sulla sabbia gusci secchi di chiocciole e molluschi –.
Essa è approntata appunto per una digestione facile e rapida. Non rompe, e neanche
scuote, incancrenite abitudini, non getta sassi nello stagno; tira e fa tirare
a campare, giocondamente e senza pensieri, in beotica beatitudine. Per questo è
quanto mai necessaria una parola nuova, fresca, viva, che sappia urtare,
offendere il così detto senso comune. Una parola inquieta che renda coscienti
che non si vive di solo pane: che l’uomo ha esigenze, bisogni che vanno ben al
di là di quelli primordiali e primissimi (e, comunque, preliminarmente da soddisfare).
Aver sempre presente, mai scordare il solenne monito dantesco del «fatti non
foste a viver come bruti», strappandosi a quella sonnolenza che avvilisce e
sconforta.
Domenico
Franciò
Etichette:
bellezza,
cinema,
Dante,
Domenico Franciò,
letteratura,
parola,
Romolo Valli,
storiografia
domenica 26 ottobre 2014
Otium sine litteris
Otium sine litteris
mors est et hominis vivi sepultura (Seneca)
“Il tempo libero, senza studio e cultura, è morte,
un
sepolcro con dentro un vivo”
Un aforisma
secco e perentorio che mette a nudo un’esistenza ignobile, non da uomo. E tetra
anche, e persino macabra.
Non sorprende
più di tanto che a dare la sveglia e a suonare la carica sia quel filosofo, che
tra gli antiqui è forse quello di cui
più caldo sentiamo il fiato sul collo. Ed è messaggio più che mai attuale e controcorrente
dopo che da tante bocche becere e irresponsabili sono state ruttate parole volte
a deprimere, quando non a demolire, quel poco – ma che è molto, moltissimo – di
bene che solum può alleviare l’infinita
miseria della nostra vita.
Fatto sta – ed è
incontrovertibile – che l’aria afosa, irrespirabile dell’incultura, del
cinismo, della rozzezza e del tornacontismo si è radicata in pianta stabile – e
non di recente – nel nostro squallido quotidiano, e non pare abbia tanta voglia
di sloggiare.
Cultura però da intendersi, precisiamo, a scanso di
equivoci, non come arredamento esornativo e tappezzeria, sibbene come ricerca, incessante
e mai paga, di riappropriazione dell’umano in noi: mezzo risolutivo a vincere
quell’ozio che, se inteso come inerzia e paralisi dello spirito (acedia o
accidia), e non pausa necessaria di riposo e di rigenerazione delle energie,
fisiche e intellettuali, libera il frutto più aspro e tossico che al mondo ci
sia: la noia.
Domenico
Franciò
Etichette:
accidia,
cinismo,
cultura,
Domenico Franciò,
noia,
Otium sine litteris mors est et hominis vivi sepultura,
rozzezza,
Seneca,
studio
domenica 15 giugno 2014
Recensione a “Sillabario della memoria” di Federico Roncoroni, Salani 2010
Etichette:
Domenico Franciò,
Federico Roncoroni,
Lehár,
letteratura,
lingua,
racconti,
recensione,
Salani,
Shopenhauer,
Sillabario della memoria,
Verlaine,
Viaggio sentimentale tra le parole amate
lunedì 2 giugno 2014
L’atleta
Sto guardando la
foto del calciatore Totti che si mette le mani nei capelli, mentre il volto è
contratto in disperazione. Non c’è dubbio che Totti, giocatore straosannato e
stimato, sia in quell’istante il più infelice degli uomini, aggredito com’è da
un devastante dolore. Se le cose poi andranno secondo desiderio, un’altra foto
lo fisserà, lo ritrarrà tutto diverso, traboccante di gioia infinita e senza
limiti. E perfino estatica.
Gli esempi,
moltiplicabili quanto si vuole, possono abbracciare tutti gli sport, sia individuali
sia collettivi.
Cosa intendo
dire? Che la vita dell’atleta (l’etimo lo definisce lottatore) non è una vita ‘normale’. Nello spazio di un tempo e
luogo determinati – nel caso di Totti una partita di calcio – si assiste alla ‘condensazione’,
intensificazione di tutto ciò che nella vita dei comuni mortali è come diluito
e sperso. L’atleta vive in quei novanta minuti, con estrema serietà ed impegno,
una tale varietà di situazioni e di emozioni che se esse putacaso dovessero irrompere nel quotidiano sarebbe un disastro: scardinerebbe
radicitus il più solido degli
equilibri acquisiti, farebbe piazza pulita d’ogni quieto vivere. Per questo,
chi ha provato quell’esperienza vitale, non appena appende le scarpe al famigerato
chiodo, rischia di sprofondare in un abisso, e di dover lottare, per il
rimanente della sua vita, contro ricorrenti nostalgie, amari rimpianti,
lancinanti rimorsi. E spesso si chiederà: ne valeva la pena? Valeva la pena
essersi assicurato per sé e per i suoi un futuro privo di preoccupazioni
economiche se tale futuro sarebbe stato così tormentato e inquieto? Sì – osiamo
dirgli con la forza della persuasione – ne valeva la pena. Quella vita
oscuramente forte non è concessa a molti: quel dono, quel privilegio, prezioso e rischioso, solo
a pochissimi tra gli uomini è dato sotto il cielo di godere.
E aggiungo a corollario quella bella e saggia riflessione iliadica: “E, anche
se siamo nell’afflizione, lasciamo che le cose siano avvenute come sono
avvenute, domando – altro non possiamo – il θυμός, l’animo nel petto”. E, a
seguire, il forte sigillo beethoveniano: «Muss es sein? – Es muss sein» (Così
deve essere? – Così deve essere).
Domenico
Franciò
mercoledì 7 maggio 2014
Recensione a “La direzione. Suite per Irene” di Vincenzo Leotta, Giambra Editori 2014
Si può affermare con un certo margine di
sicurezza, e senza timore di incorrere nell’ira degli dei, che la nota
dominante di questa silloge di Vincenzo Leotta sia un flusso d’amore
bidirezionale. (Non certo casuale il titolo “La direzione”). Flusso d’amore ininterrotto
dalla bimba Irene ai cari, dai cari ad Irene; vale a dire dal centro, che
indubitabilmente è Irene, alla periferia, che sono i suoi familiari, in un
virtuoso vortice incessante. Il vortice entro cui vagano, rapite da tempesta
che mai non cessa, le anime sbigottite e vaganti di Paolo e Francesca.
Quanto al sottotitolo “Suite per Irene”
non è che i dizionari siano prodighi al riguardo. Dicono che si tratta di un
termine musicale, ed esattamente: «Composizione strumentale di origine barocca
per danza in più tempi, ove si alternano pezzi in rapido movimento a pezzi a
movimento lento».
Tocca perciò al critico, o comunque allo
studioso, cercare di tirar fuori, snidare l’intenzionalità semantica affidata
al termine. Operazione che va fatta sempre, crediamo, ἀπάλαις χερσίν, con mani
delicate, ossia col tatto e la levità di tocco che la materia e la circostanza richiedono.
A me pare, stando anche all’etimologia
che si lega chiaramente a ‘seguire’, che il poeta abbia pensato alla sua
silloge come a qualcosa di compatto, ad una serie di tessere incastranti l’una nell’altra
per un disegno nitido e coerente.
L’esame, analiticamente e concretamente
condotto sulle diciotto poesie, si presta ad avvalorare questa impressione. Da
ciascuna di esse – ma senza un ordine prestabilito né tantomeno sistemico, o
sistematico, che, francamente, confessiamolo, non è nelle nostre corde, e ci
toglierebbe respiro e libertà di movimento, preleviamo elementi puntuali, che confortino
la tesi intravista.
Prendiamo 18. Esso compendia (ab uno disce omnes) la singolarità
poetica della raccolta: i versi iniziali della felicissima battuta autoironica
(«Venuta l’ora, il più tardi però») s’innestano, con felicità e
leggerezza, sulla espressione di candido affetto per la «dolce nipotina»,
facendo da supporto, in questo, la fede non certo ordinaria del nonno-poeta.
È ufficio e compito del nitore formale
contenere dentro giusti argini una straripante tenerezza che altrimenti non si
vede come poter fermare. Esaminiamo la prima poesia.
Chi non sa che Marzo è ‘pazzariello’, il
mese buono per tutte le sorprese? Prove di partenza: pronta la valigia,
timbrato il biglietto di sola andata, la mente e l’animo disposti all’altrove (nox una dormienda), quell’altrove
misterioso che – si sa – non ammette ritorno né, aggiungiamo, moviola o replay
(unde nullus numquam redit). Non
aveva fatto però i conti il Nostro con l’improvvisa epifania della paciosa
bimba Irene, che svoglia ad iniziare quel viaggio. Che altro fare allora quando
accanto c’è una creaturina indifesa e inerme, se non sostenerla, anche se si è
«debole», «infermo» di suo? La ‘rivoluzione’ diventa tutta una preziosa
occasione per un osservare amoroso. La figlia felice, che dà il latte alla
nipotina felice, è situata in un quadretto idillico, tenero e beato, che
scioglie il sangue facendo rifluire la vita e disponendo a nuovi sogni, a
«nuove follie» (2). La bimba sa astrarsi dal circostante per uno spazio tutto
suo «le mille miglia distante», e dunque inattingibile, più che refrattaria,
all’abbraccio. Il tema del desiderio d’amore circola come un fiume carsico, ma
non è certo un fatto sporadico o occasionale (7).
In 15, l’osservazione analitica di ogni
particolare del comportamento neonatale raggiunge l’apice. La citazione deve essere
più corposa: «Non parla ma non c’è parte del corpo / quieta: gonfia gli occhi
le gote / dimena le braccia le mani / ruota le testa a centottanta gradi /
punta i piedi inarca la schiena… / Sembra un torello innanzi alla muleta». Come
si vede, il ritmo si fa incalzante, dionisiaco: c’è come una ebbrezza, tra
ammirata e amorosa, che penetra fino al midollo. Pura icasticità, l’iconico che
prevale? La domanda è oziosa, non ha motivo di essere posta, in quanto resa
vana dalla finezza finale: il pianto della bambina taglia – per così dire e
anche per restare in tema – la testa al toro.
In 8, la bimba Irene si esibisce
voluttuosamente nella lallatio: parla
parole che sembrano prive di senso – e lo sono davvero ad occhio razionale ed
alfabetizzato –. In realtà sono squisite e brillanti esercitazioni musicali su
spartiti che tutti ignorano e che solo lei conosce a fondo: a sei mesi, dunque,
la nostra Irene non trova di meglio che lallare
e irridere chi tenta di capire le cose, usando di un unico codice
interpretativo. Quasi d’obbligo la citazione: «Ma con gli occhi non trovi chi
la superi: / – se ti guarda, t’incute soggezione / – se piange, un nodo ti
serra la gola / – se sorride, ti credi in paradiso». Dalla soggezione (la bimba
soggioga col suo volto serio e assorto) al nodo in gola, al sorriso
paradisiaco, il passo è breve, e finalmente appagante.
Tra rabbia fin troppo ottimistica (Gott
mit uns) e assenza di nemici (ne siamo proprio certi e sicuri?) e il fastidio
per la chemio, ecco l’ἀπροσδόκητον, l’inatteso, ciò che ti ridà il sapore, il
gusto sottrattoti al corpo in disarmo. Situazione nuova che potremmo
etichettare ‘ribaltamento della situazione’. Anche qui (13), un dettaglio
osservato con spirito d’amore (vv. 8-9: «succhiando il piedino con le labbra
come fosse il seno della mamma»). L’immagine tratta da un salmo amoroso,
significante l’estremo abbandono della creatura umana nelle braccia
misericordiose di Dio.
In 10, trovo la spiegazione della mamma
della bimba più che giusta e persuasiva. Lo splendore di bimba Irene aiuta il
quasi-cieco nonno a ritrovarsi, ossia a vedere dentro il buio che sgomenta.
Il fulgore della bimba ha la meglio, la
spunta sui chiari, inoppugnabili segnali di degrado (entropia) e di
disfacimento che sono l’alloro spento, deprivato del suo verde manto, per
solito lucido e denso. E poi, quel sole così stracco e stralunato, dall’alone
che non promette nulla di buono.
Domenico Franciò
Etichette:
amore,
Domenico Franciò,
La direzione. Suite per Irene,
nipotina,
nonno,
Paolo e Francesca,
poesia,
Vincenzo Leotta
Iscriviti a:
Post (Atom)





